Siamo nati con il desiderio di credere

di Stefano Bataloni

E’ pomeriggio, sono in auto, nel traffico romano del rientro a casa, ascoltando musica. E’ stata una giornata strana, sembrava dovesse venire giù l’ira di Dio di pioggia e invece…quattro gocce. Il lavoro è andato così così: i rapporti tra colleghi, i rapporti tra gli enti per i quali lavoro sono ai ferri corti e mi domando se io non abbia fatto la mia parte per aizzare gli animi. Si lavora tanto ma si lavora male. Il mio umore non è dei migliori.

Mi arriva un messaggio di Giovanni(*) con cui mi segnala un articolo di giornale dal titolo “Parlare da soli non è da persone folli ma da genii”. Ne nasce una breve conversazione.

G. – “Adesso capisco perché sento la necessità di parlare con uno intelligente (riferito a se stesso, naturalmente)”
Io – “Allora devo essere un folle perché non mi capita mai di parlare da solo. Al contrario Anna, che sicuramente è più geniale di me, parla spesso da sola”
G. – “Io spesso parlo da solo ma mi prendono in giro. Però, vedi, conosci già due genii!”
Io – “Sono circondato”
G.- “E non sei contento?”
Io – “Come no! Il problema però è che avere a che fare con dei geni non è sempre facile”
G. – “Sei venuto a questo mondo per soffrire. Ti ricorda niente una “mela”?

A questa frase resto un po’ interdetto. Giovanni ha l’abitudine di esagerare molto con le battute, gli piace “andarci giù pesante” quando scherza, ma il legame che in quel momento gli viene di stringere tra la sofferenza umana e il peccato originale è alquanto inusuale; mi sorprende perché da quando lo conosco non si è mai comportato da credente in Dio, quasi mai nei suoi discorsi ha citato le Sacre Scritture, anche se essendo piuttosto acculturato evidentemente qualcosa ne sa. Decido quindi di rispondergli a tono, tanto più che coltivo da molto tempo la speranza di poter scambiare con lui argomenti di fede: sono convinto, infatti, che viva un profondo disagio esistenziale, che deriva certamente dalla sua vita travagliata, ma che però non riesce a manifestare apertamente. Proseguo quindi la conversazione lanciando la mia provocazione.

Io – “Non mi lamento mica. Ho presente benissimo la “mela” di cui parli ma grazie a Dio 2000 anni fa è successo qualcosa di straordinario che ha cambiato completamente la prospettiva”

e lui

G. – “Per il credente, certo”

Ecco qua, mi sono detto, ci siamo: stiamo parlando di fede, di Dio. Comincia a nascere in me la speranza di poter approfondire il discorso, di poter andare oltre, di poterlo condurre a ragionare sul fatto che nella vita c’è qualcosa di più importante di quello che si vede, si tocca o si sente, cioè praticamente tutto ciò a cui lui sembra dare maggiore importanza. Spero di riuscire a raccontargli che c’è Qualcuno in grado di alleviare le nostre sofferenze. Ma vorrei essere cauto, vorrei “giocarmela” bene (avevo già indossato l’uniforme dell’agente segreto al servizio di Sua Divinità). A quel suo alludere che la luce nuova che Cristo ha gettato sulla sofferenza umana sia solo per i credenti mi verrebbe da tirare giù uno dei miei sermoncini pseudo-teologici da quattro soldi, ma mi limito a:

Io – “Quel cambio di prospettiva è per tutti. Basta credere”

e lui:

G. “Si, lo so, ma la mia era solo una provocazione”

Con queste sue parole, ho capito, è voluto uscire dall’argomento, forse non ce l’avrebbe fatta ad andare oltre.
Ma, in maniera che ritengo del tutto inconsapevole per lui, queste parole nella mia mente hanno scatenato un uragano di pensieri e di concetti. Avrei voluto scrivergli mille cose, avrei voluto confortarlo, avrei voluto fargli capire che non c’è nulla da temere, che se avesse accolto quel “cambio di prospettiva” avrebbe trovato sollievo per le sue sofferenze, che anche lui avrebbe potuto “credere”, perché tutti possono credere… e qui, proprio a questo punto, nei miei ragionamenti è arrivato il fulmine che ha squarciato l’uragano nella mia testa e un unico pensiero si è materializzato in me, come qualcosa di solido, che possa essere afferrato: “tutti possono credere”, anzi di più, nasciamo con la voglia di credere.

Ogni essere umano che è venuto sulla terra desidera credere. E cosa desidera credere più di tutto se non che sia possibile raggiungere la perfezione, il bene assoluto, la felicità? Che sia battezzato o no, che vada a messa o che non ci vada, che dica di credere in Dio o che si professi ateo, ogni uomo desidera Dio. Altrimenti perché imbarcarsi in un progetto, qualsiasi esso sia, perché faticare e soffrire, perché mettere al mondo dei figli? Forse ci può succedere di confondere Dio con qualcos’altro, ma è Dio quello che cerchiamo.

Ha ragione il buon professor Franco Nembrini quando dice che il lavoro del Demonio è proprio quello di “stoppare” il nostro desiderio di Dio, ci offre qualcosa di immediato, di effimero per illuderci che sia quello l’oggetto del nostro desiderio e invece ci confonde soltanto, perché il nostro desiderio è molto più grande, va molto oltre.

La cosa però che più di tutte mi ha letteralmente travolto, e le parole di Giovanni hanno fatto in modo che venisse con irruenza alla luce, è che questo desiderio di credere ce lo abbiamo nella nostra carne, nel nostro cuore. Dio ci ha creati così. Eravamo perfetti, in un mondo perfetto; abbiamo peccato di presunzione, volevamo essere come Dio; abbiamo quindi iniziato a soffrire lungamente, senza alcuna speranza, nel buio; abbiamo dato retta al Demonio e abbiamo anestetizzato il nostro desiderio di credere. Dio non ci ha abbandonati, ha mandato il suo unico Figlio così che noi ritrovassimo quel desiderio di credere in Lui. Suo Figlio ci ha pure spiegato come coltivare quel desiderio, ci ha dato indicazioni concrete, semplici perché il suo “giogo è dolce” e il suo “carico è leggero”.

Lo so, forse sto banalizzando, ma questi sono stati i pensieri che hanno attraversato la mia mente in quel momento. Mi sono sentito profondamente, eternamente amato da Dio. Ho pensato: chi altri potrà mai amarmi di più di Colui che fin dalla mia nascita a messo in me il desiderio di credere nel Bene assoluto? Chi altri potrà mai amarmi di più di Colui che per non lasciare che io muoia delle mie debolezze e delle mie presunzioni ha sacrificato suo Figlio? Chi altri potrà mai amarmi di più di Colui che vuole per me soltanto che io viva nella felicità in eterno? E’ un Amore così grande che a pensarci non puoi impedire di trattenere le lacrime.

E poi, ho realizzato anche questo: vado a messa tutte le domeniche, prego, leggo le parole del Papa, ascolto le omelie di don Stefano e di Padre Maurizio, partecipo agli incontri di Franco Nembrini e di tanti altri studiosi e teologi ma Dio ha forse scelto parole suadenti e mezzi raffinati per dimostrarmelo? Assolutamente no, Dio ha scelto un mezzo semplice, che io per primo avrei considerato del tutto inadeguato allo scopo, Lui ha scelto Giovanni, un uomo ormai di una certa età, un uomo un po’ consumato dal suo attaccamento alla materialità della vita, un uomo che sembra non riuscire proprio a vedere dove Dio sia di casa.

Grazie Giovanni. Lode a te o Signore!

(*) Ho usato un nome di fantasia perché sono abbastanza certo che non gradisca essere esposto pubblicamente, anche se qui siamo poco più che quattro gatti!

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5 Pensieri su &Idquo;Siamo nati con il desiderio di credere

  1. E’ vero! Nasciamo e portiamo nel cuore questo desiderio di credere in qualcosa (o Qualcuno) di grande. E l’ho avvertito ieri nelle parole di un bimbo di 8 anni al primo incontro di catechismo: “Io però non so le preghiere!”. Ecco lì il desiderio di Dio, che si sta facendo presente nel cuore di questo bimbo. Ed ecco la nostra responsabilità di professarci cristiani: non fare la parte del Demonio per non spegnere queste piccole, ma profonde, scintille di Vita.

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  2. Pingback: Domande difficili | Piovono miracoli

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