Annunzia la parola in ogni occasione

di Stefano Bataloni

Avete presente quelle situazioni in cui vi capita di incontrare qualcuno, un conoscente, un collega, un amico o un parente, che sapete avere un problema, magari un grosso problema?
Siete a conoscenza del fatto che la vita di questa persona è stata attraversata da una malattia o un lutto, da difficoltà economiche o un licenziamento, dalla separazione o da un divorzio, o da qualcosa di ancora peggio: cosa siete capaci di fare in queste occasioni? Siete capaci di incrociare il loro sguardo? Siete capaci di mettere in fila due parole che vadano un po’ oltre il “Ciao, come va?” Siete capaci di dare un minimo di conforto alla sua sofferenza? Magari siete animati dalla più profonda compassione nei suoi confronti, intesa nel senso letterale della parola, ma in cosa si traduce questo vostro “patire con lui”?

Lo confesso senza troppi problemi, in queste situazioni io ho serie difficoltà ad aprire bocca, a dire qualcosa di sensato, a dimostrare il mio sentimento di vicinanza. Figurarsi a dare conforto!

Non sono mai stato un gran “compagnone”, un chiacchierone o qualcuno che è abituato a manifestare le proprie emozioni e i propri sentimenti. Se non sono chiamato a interagire su un tema che padroneggio ampiamente, a parole, ho serie difficoltà ad argomentare, a proporre, a indicare. A scrivere, mi viene un po’ meglio perché riesco a trovare il tempo di ragionare; la conversazione, evidentemente, si realizza in tempi non compatibili con le mie capacità di riflessione, tanto più quando si tratta di affrontare questioni “toccanti” o “sensibili”.

Eppure la mia vita è stata attraversata da problemi che usualmente si definirebbero “grandi”: ho conosciuto la sofferenza da vicino, l’ho affrontata, ne sono uscito senza troppe ossa rotte. Ma devo dire che sul piano delle mie capacità di essere di sostegno a chi sta soffrendo non mi sento di aver fatto grandi passi in avanti.

Mi capita di incontrare persone che soffrono, continuamente, e di scambiare con loro qualche parola. L’ultima è proprio di pochi giorni fa, un’amica, mamma di un bimbo di pochi anni e il cui marito è alle prese con il cancro; come il nostro Filippo, quest’uomo di soli 38 anni recentemente è andato incontro ad un trapianto di midollo osseo e posso facilmente intuire che la sua condizione sia molto difficile. Lo è anche per questa amica, naturalmente.

Ognuna di queste persone, però, ha una storia diversa dalla mia, una diversa sensibilità, un diverso modo di vivere la vita. Io per carattere sarei tentato di analizzare tutto, dai dettagli delle cause della loro sofferenza a ogni possibile soluzione tecnica e materiale per alleviarla. Ma sono anche tendenzialmente molto timido e impacciato e mi rimane difficile sia fare domande sia poi dire qualcosa di sensato, e quando riesco a trovare il coraggio di farlo, scopro che i miei tentativi di essere di conforto sono del tutto inadeguati, patetici a volte.

Come cristiano, “abbastanza” credente e praticante “non senza qualche incertezza” tuttavia mi sento chiamato a compiere le ben note Opere di Misericordia spirituale e tra queste, pur con tutti i miei limiti di cui sopra, il “consolare gli afflitti” è quella che (purtroppo) mi viene più spontanea.

Non ho ancora ben capito come riuscire a “consolare” in maniera efficace qualcuno ma sono giunto alla conclusione che d’ora in poi almeno qualche punto fermo lo voglio tenere.

Innanzitutto, ho capito che non bisogna aver timore di chiedere: le difficoltà e le sofferenze fanno parte della nostra vita, sono comuni a tutti noi, non c’è da vergognarsi di averle incontrate. L’indifferenza, al contrario, è qualcosa di disumano che non voglio mi sfiori. Poi, a volte non serve proprio parlare, ascoltare è molto più importante, spesso basta questo.
Se deciderò di parlare, non dovrò pretendere da me stesso di fare grandi discorsi, non cercherò di risolvere tutti i problemi, non penserò di dover fare necessariamente qualcosa e cambiare la vita di chi ho davanti.
E se proprio deciderò di affrontare un argomento di conversazione, ho capito che l’unico argomento buono in quei casi è la croce di Cristo, l’unico argomento che vale la pena di affrontare i quei casi è la vita del Figlio di Dio che si è fatto uomo come noi, che ha sofferto come noi, che ha dato la vita per noi, morendo su una croce e poi ha vinto la morte per noi; non ha eliminato del tutto la sofferenza dalla nostra esistenza ma ha gettato una luce su di essa, così che noi non soffrissimo più nel buio, nella paura. E, infine, pregherò per questa persona, con tutto il cuore e con piena fiducia.

Ho deciso che questi saranno i miei punti fermi non perché ho ricevuto una qualche rivelazione dall’alto ma perché io per primo, quando ero sofferente, ho incontrato qualcuno che non ha avuto timore di chiedermi come stavo, qualcuno che non si è stancato di ascoltarmi, qualcuno che si è offerto di parlarmi e, soprattutto, qualcuno che mi ha messo di fronte al Crocifisso e ha lasciato che la luce che attraversa la croce illuminasse la mia sofferenza, qualcuno che ha pregato per me affidandosi a Dio anche quando io non riuscivo ad affidarmi. Nient’altro è riuscito a consolarmi come tutto questo.

Prego affinché io abbia sempre il coraggio di rimanere saldo su questi miei propositi, prego affinché si compiano in me le parole di San Paolo a Timoteo:

…annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.

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7 Pensieri su &Idquo;Annunzia la parola in ogni occasione

  1. Belle riflessioni Stefano! Se fossimo fratelli non saremmo così uguali di carattere! Il dolore, le difficoltà delle persone che vivono intorno a me o che conosco virtualmente o dal passaparola, mi coinvolgono, mi impietosiscono e fisicamente provo compassione, non riesco a dimenticare situazioni e persone in difficoltà. Entrano a far parte della mia vita senza distinzione di vicinanza parentale o di amicizia. Certo il primo istinto e di cercare di non incrociare lo sguardo, evitare di dover farmi prossimo e non averene le capacità…scoprire la mia inadeguatezza. Dopo aver vissuto il dolore in prima persona, un grosso dolore, dicono il più grande, mah non posso far paragoni, il dolore è dolore comunque. Non credo ci siano graduazioni, fa male e la tua vita si ferma ad aspettare che qualcosa o Qualcuno ti rialzi. E questo succede per ogni dolore. Dopo il 4 luglio 2010 le mie titubanze di fronte all’aiuto e sostegno per chi è nel bisogno sono come sparite…unico motivo l’aver ricevuto tanto amore, tanto sostegno da chiunque ci conosceva o aveva sentito parlare di noi, di quello che ci era successo. Persone che non ti saresti mai aspettato si sono dimostrate vicine, come parenti stretti. Tutto questo amore ci ha portato alla vita, Amore di Dio e amore del prossimo! Ci sono ancora dei tentennamenti quando il mio cuore chiama, quando c’è la necessità di portare il mio annuncio della resurrezione dove esiste solo la morte punto e basta…ma la forza che il Signore Gesù ha messo dentro di me, lo Spirito Santo, mi spinge e…vince! Un abbraccio forte. Grazie!

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  2. L’ha ribloggato su Betania's Bare ha commentato:
    Grazie Stefano.
    ‘C’è da riflettere sulla parola “mancanza”. Ti ricordi?: dicevamo “Manca” guardando la figurina che ancora non avevamo nell’album. “Ce l’ho!” quando era una già incollata. Ecco quindi che forse è tutto lì, nell’incollarselo dentro, qualcuno, per non dire mai “Mi manchi” ma sempre “Ti ho”.’
    (dal web)

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  3. Quello che scrivi, mi ha fatto riflettere e ripensare a qualcosa che sto masticando da settimane: il farsi prossimo al prossimo nella sofferenza… E, in maniera semplice e spontanea, condivido con voi le mie riflessioni:
    In queste settimane, ho “incontrato” storie di difficoltà: sono stati momenti intensi di condivisione e di com-passione: ho ascoltato e ho affidato queste due storie a Chi veramente può consolare e sostenere.
    Pensavo fosse tutto a posto, ma non è così!
    La sofferenza, che ho visto in quegli occhi e che ho ascoltato in quelle parole, ha continuato a “tormentarmi”.
    Sento che nell’incontro con il prossimo, Dio mi sta interpellando e sta interpellando la mia libertà, come se dicesse: “Guarda Norma sulla tua strada ti faccio incontrare Tizio o Caio, ascoltali tu, prega anche tu per loro; ma non ti obbligo, puoi sempre voltare la faccia dall’altra parte o cambiare strada”.
    Ora la tentazione di scappare di fronte alla sofferenza e al dolore è forte.
    E torna alla mente il volto del giovane ricco, che, usando male la sua libertà, se ne va triste.
    E mi dico: “Scelgo di giocarmi in questi incontri”, ma …
    … non me ne vado con la pace nel cuore, me ne vado con il cuore gonfio di dolore per la storia di difficoltà che sta vivendo l’altro.
    Ma, in tutto questo, come un fulmine, … “e Gesù fissatolo lo amò!” E’ stato un attimo, ma, in quegli incontri, ho sentito quello sguardo benevolo.

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    • Grazie Norma per aver condiviso le tue riflessioni qui.
      E’ possibile, certo, girare lo sguardo altrove di fronte a chi soffre, Dio non ci costringe. E’ la stessa scelta del giovane ricco, infatti, che se ne è andato via triste perché si è voluto tenere stretto quello che ha, così come noi schivando la sofferenza crediamo di tenerci stretti la nostra tranquillità.
      Invece, quello che perdiamo (e quello a cui ha rinunciato il giovane ricco) è la nostra salvezza.
      Non è che bisogna essere masochisti e andarsi a cercare la sofferenza ma, personalmente, quando mi si presenta davanti vorrei coglierla come occasione per fare verità nella mia vita, per fare un passo in avanti verso la mia conversione.

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  4. Caro Stefano, un sorriso, un “come stai?”, ascoltare lo sfogo di chi soffre guardandolo negli occhi, sono aiuti importantissimi, danno la conferma che non siamo soli ma fratelli che si sostengono. Annunziare, testimoniare la presenza di Dio e la luce che Egli porta aiuta in quei momenti in cui lo sconforto prevale. Perciò, per il momento che sto vivendo, grazie!

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