Perché mi chiami maestro buono?

di Stefano Bataloni

Lo scorso venerdì sera Anna ha partecipato al Pellegrinaggio delle Sette Chiese nella notte qui a Roma. Vi aveva già partecipato a maggio restandone molto colpita e aveva concluso il suo cammino sperando di potervi partecipare nuovamente, questo settembre, per rendere grazie. Credo che alla fine sia stata costretta a cambiare le sue intenzioni di preghiera ma è stato per lei, ancora una volta, un momento davvero importante.

Naturalmente, la mattina dopo mi ha raccontato tutto con dovizie di particolari (se in genere le donne hanno una memoria migliore di noi uomini, devo dire che Anna è dotata di un registratore audio-video ad altissima fedeltà e senza limiti di capienza; questo si traduce in racconti che spesso non hanno il dono della sintesi, cosa ancor più evidente se l’esperienza raccontata è stata per lei particolarmente coinvolgente)

C’è stata una cosa in particolare che Anna mi ha riferito e che mi è rimasta impressa, un passaggio di una delle catechesi tenute da Padre Maurizio Botta in una delle tappe del pellegrinaggio (io che non sono dotato di un registratore audio-video come lei lo riporto come mi viene): “il perdono non è opera nostra, noi non siamo capaci di perdono; solo Dio perdona, il perdono è opera di Dio”.

Ora, vedete, da quando con Anna abbiamo deciso di raccontare pubblicamente le nostre vicissitudini legate alla malattia di nostro figlio Filippo, e ancor di più dopo la sua morte, abbiamo acquistato una certa notorietà. Niente di ché, attenzione, nulla per cui montarsi la testa, ammesso e non concesso che ci sia mai stata la possibilità di una simile eventualità.

Ma, ad esempio, giusto per dare qualche numero, il nostro blog ha ormai superato, in questi 10 mesi, le oltre 150mila visite, abbiamo centinaia di follower; la home page del blog viene visitata, mediamente, da 2-300 persone ogni giorno. Anche attraverso la condivisione della storia del piccolo Giacomo abbiamo raggiungo decine di migliaia di persone in pochissimo tempo. Piccoli numeri se confrontati con altre realtà ben più qualificate, come è giusto che sia, ma tutto ciò era del tutto inatteso per noi e, chiaramente, non programmato.

A onor del vero, una bella mano ce l’ha data la nostra amica Costanza: i suoi post su di noi ci hanno fatto conoscere a davvero moltissima gente e, cosa per cui non finiremo mai di ringraziarla, hanno fatto crescere in maniera esponenziale il numero di persone che pregavano per Filippo e per noi, facendoci sentire accolti e sostenuti da gigantesche e robuste braccia, soprattutto nei momenti più duri. E come lei, tante altre persone che hanno portato la nostra storia all’attenzione di ulteriori loro amici, parenti, di ogni luogo. Ci hanno raccontato che interi conventi di suore pregavano per noi (magari ancora lo fanno). Alla morte di Filippo abbiamo ricevuto messaggi di saluto da non so quanti paesi del mondo, da qualche parte in Israele hanno piantato un albero per lui. Ci hanno raccontato che anche Chiara Corbella abbia pregato per il nostro Filippo, e lei aveva certamente un talento straordinario per prendersi cura di bambini speciali.

E poi ci sono state le testimonianze pubbliche: quella a TV2000 che ha avuto un certo seguito, tanto da superare le oltre 5.800 visualizzazioni sul canale YouTube della rete. Quella all’ultimo ritiro delle famiglie della nostra parrocchia, quella rilasciata a Radio Mater e, pochi mesi fa, quella rilasciata in videochiamata per la parrocchia di nostri nuovi amici nella fede.

Ci capita, di tanto in tanto, che qualcuno ci fermi e ci chieda: “ma tu sei il papà (o la mamma) di Filippo?” Ci chiedono in continuazione di pregare per loro figli, parenti o amici in difficoltà o che soffrono. Capita che ci dicano che siamo un esempio per loro e per tanta altra gente. In tanti dicono di ammirarci sinceramente. Ci chiedono di non smettere di scrivere su questo blog, alcuni ci hanno confidato di aspettare ogni giorno con trepidante attesa la pubblicazione di un nuovo post.

Che dire? “Grazie” è una parola inadeguata per esprimere quello che provo quando incontro tutto questo calore: quelle braccia gigantesche e robuste oggi sono ancora più grandi e robuste e continuano a sostenermi.

Eppure, io non mi sento così “importante” come sembro apparire alle persone; e credo di poter parlare anche a nome di Anna. Io continuo a pensare di non essere poi un granché, di non fare grandi cose, di non dire cose così profonde.

Vorrei che un giorno veniste a casa nostra per osservare le nostre facce al mattino e il “macello” che regna nel nostro salone la sera. Vorrei farvi assistere ai momenti in cui perdiamo la pazienza con i nostri figli, le parole che escono dalle nostre bocche in quei momenti (e sì che un figlio lo abbiamo perso e un altro è vivo per miracolo!). Vorrei raccontarvi di quali bassezze, a volte, siamo capaci sul lavoro o di come siamo bravi a girare la testa dall’altra parte di fronte alle difficoltà o alle sofferenze degli altri e, invece, a salire sul piedistallo sentendoci vittime o giudici universali a seconda delle occasioni.

Mi torna in mente cosa disse Gesù a quel tale (Mc 10, 17-18) che chiamandolo “Maestro buono” gli chiese cosa dovesse fare per avere in eredità la vita eterna. Gesù per prima cosa gli domandò: “Perché mi chiami buono?” e poi aggiunse “Nessuno è buono, se non Dio solo”.

Ecco, come Padre Maurizio, ai pellegrini delle Sette Chiese nella Notte, pochi giorni fa ha ricordato che non siamo noi a perdonare ma il perdono viene da Dio, è opera di Dio, così anche io sento che non siamo noi i “maestri buoni”, non siamo noi ad operare, non siamo noi ad aver fatto e a fare tutto quello che suscita ammirazione nelle tante persone che ci seguono. Non saremmo mai potuti e non saremo mai all’altezza di simili opere da noi stessi.

Quello che tanto attrae delle nostre vicende non è che l’opera di Dio che si compie attraverso noi. E allora non bisogna guardare a noi, banali e inadeguati arnesi, ma bisogna guardare alle opere Sue.

Se finora siete riusciti a vedere le opere di Dio che si sono compiute attraverso di noi non è per chissà quali meriti abbiamo avuto ma solo perché siamo riusciti a dire un “sì”, solo perché, di fronte alla prova, siamo riusciti a dire: “Signore, noi da soli non ce la facciamo. Fai tu”.

Questo nostro “sì” può essere diventato “famoso”, l’opera di Dio può essere finita sotto i riflettori, ma il nostro “sì” non è stato più importante o difficile da pronunciare di tanti altri. Sono certo del fatto che tanti “sì”, piccoli e grandi, vengono pronunciati ogni giorno da tante persone e non diventano famosi; eppure è anche grazie a quelli che l’opera di Dio si compie.

Se invece guarderete a noi e vi succederà di non vedere quelle opere sarà perché forse starete guardando male o perché, facilmente, saremo stati noi a impedirvi di vedere l’opera di Dio, sarà perché avremo avuto paura di pronunciare quel “sì”. In quel caso, vi prego, arrabbiatevi, ammoniteci e tirateci le orecchie: di questo abbiamo bisogno.

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9 Pensieri su &Idquo;Perché mi chiami maestro buono?

  1. Io so solo che vi ho “usati” per avere un rapporto migliore con Dio. Un rapporto più maturo, meno indivuale. Dire che il risultato è stato positivo è poco. Ora sta a me. Grazie a voi so di non avere alibi.

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  2. Beh credo che sintesi migliore ( noi uomini le adoriamo ) non potevi fare …il vostro racconto la vostra vita è uno strumento di Dio …non siamo noi a poter perdonare , spiegare ,capire ..lo può Lui noi siamo viandanti in una notte buia con una luce che ci fa strada ma che spesso perdiamo di vista .Un abbraccio
    Marco

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  3. Sono arrivata a 70 anni e solo ora ho capito che se riesco a fare qualcosa di buono per gli altri e per me è……per merito di Dio che me ne dà la capacità. Tutti i giorni vado a cibarmi di Lui perché è il mio medico, la mia medicina, il punto fermo.
    Cari Anna e Stefano, nonostante le vostre debolezze e fragilità, siete uno strumento di bene nelle SUE MANI.

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  4. Vi siete affidati totalmente a Dio, e questo è per me grande esempio di fede e vi ringrazio per la condivisione che in tanti momenti mi aiuta e mi da forza. Le imperfezioni? Fanno parte del nostro essere umani, ci ricordano l’importanza della guida della mano di Dio perché da soli non andremmo molto lontano….e ci fanno sentire ancora più vicini a voi!

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