Convertire il mondo, convertire se stessi

di Stefano Bataloni

Era esattamente in questo periodo, lo scorso anno, quando scoprimmo l’ultima recidiva della leucemia del nostro Filippo.

Il 27 agosto portai il nostro bambino per l’ultima volta al day hospital ematologico dell’Ospedale San Camillo di Roma, erano previsti gli esami di routine e il controllo sul midollo osseo: il responso non lasciava dubbi e dopo 6 anni di lotte e di fatiche la “guerra” chiaramente volgeva al termine; da quel momento in poi, più che mai, dovevamo far capire a Filippo che “la vita è bella e stiamo per vincere un carro armato“, come nel noto film di Roberto Benigni.

Fu proprio nei giorni successivi a quel 27 agosto in cui, impegnandoci nel trasmettere a Filippo la certezza di un aldilà privo di dolori e sofferenze, che in me e Anna nacque la prima forma di piena consapevolezza che accompagnare Filippo lungo i suoi ultimi giorni avrebbe significato consegnarlo nella mani del Padre Celeste, restituire una vita che ci era stata data in dono solo per un tempo limitato. Quello che avevamo chiesto il giorno del suo battesimo alla domanda del sacerdote: “cosa chiedete per il vostro bambino?”, alla quale avevamo risposto, non “il battesimo” come da consuetudine, ma “la vita eterna”, stava quindi per compiersi. Quella consapevolezza poi si tramutò in qualcosa che potemmo toccare con mano nel momento del nostro ultimo saluto a lui. Ma naturalmente era una consapevolezza che, in ogni momento, non era sufficiente a soddisfare le nostre domande circa il senso di quello che stavamo vivendo.

Deve essere un periodo dell’anno particolare, quello in cui ci troviamo in questo momento, perché anche quest’anno i sentimenti e le sensazioni che vivemmo allora si stanno ripetendo.

Nei giorni scorsi siamo stati invasi dalle fotografie di un bimbo siriano di 3 anni, profugo, morto affogato mentre sua mamma e suo papà cercavano disperatamente di portarlo lontano da casa in un posto migliore in cui crescere. La fotografia del suo corpicino adagiato sulla battigia di una spiaggia, che rimanda ai tanti e tanti bambini che in molte parti del mondo, quasi sempre nel silenzio, soffrono e fanno la stessa sua fine, ha spinto noi tutti a domandarci che senso abbia una simile tragedia, ha spinto tutti noi all’indignazione e ha suscitato in molti un vero e proprio senso dello scandalo. Personalmente, vedendo quella fotografia non ho potuto non andare immediatamente col pensiero al mio Giovanni, anche lui di 3 anni, e il sangue mi si è gelato nelle vene.

E poi lo scorso 4 settembre, poco dopo le 16:00 il nostro Giacomo è volato in Cielo. E’ il Giacomo della prima delle sette preghiere di Filippo. Anche lui di 3 anni, anche lui con la leucemia, anche per lui c’è stata una festa pasquale nel momento del suo funerale. Eppure per lui in tantissimi e ovunque hanno pregato, io e Anna abbiamo chiesto di pregare per lui negli ultimi giorni della sua vita sperando che un domani, giunto al cospetto di Dio se ne ricordasse e potesse intercedere in maniera diretta. E dopo la morte di Filippo, mattina e sera, chiedevamo il miracolo per lui, con fede e insistenza.
Nella nostra parrocchia di adozione, il buon Don Stefano, lo scorso maggio, durante il mese mariano, ha chiesto ai suoi bambini dell’oratorio di pregare ogni giorno per Giacomo e nel giorno di chiusura del mese ha dedicato tutta la Messa a lui, e i suoi bambini non hanno mancato di rivolgere al Padre Celeste preghiere dolcissime e accorate.

Nelle ultime settimane Anna è stata in stretto contatto con Chiara, la mamma di Giacomo. Hanno parlato molto, si sono confrontate. Tutti noi eravamo consapevoli che stavamo assistendo al compiersi di un “disegno”, del quale non era affatto facile comprendere i contorni delle figure, i colori e il messaggio, ma nel quale abbiamo riposto la nostra fiducia; sapevamo che era un disegno che avrebbe portato alla salvezza eterna di Giacomo.

Allo stesso tempo, però, le sofferenze che quel bimbo ha dovuto affrontare erano per noi di scandalo. Il pensare che la sua vita sarebbe stata spezzata, che non sarebbe potuta andare dove umanamente, con tutto il cuore, si desidera che vada la vita di ogni bambino, che non sarebbe più potuta trascorrere accanto a quella di chi l’aveva generata e amata più della propria, il pensare tutto questo era per noi fonte di un senso di ingiustizia.

E poi il dubbio, il dubbio che tutte quelle preghiere fossero rimaste inascoltate.

Tutti questi sentimenti si sono agitati nel nostro cuore in questi ultimi periodi, così come fu lo scorso anno quando vivemmo gli ultimi giorni di Filippo.

Ma poi lunedì, al funerale di Giacomo, nella Basilica di Treviglio, sopra l’altare maggiore ho ammirato uno splendido crocifisso, mi sono fermato più volte, durante la Messa, a guardare quel volto del Cristo morto, le Sue ferite, i chiodi nelle Sue mani e nei Suoi piedi e sono andato col pensiero a tutta la sofferenza e al dolore che può aver provato quell’Uomo. Un uomo innocente.

In quel momento ho realizzato ancora una volta che sono ormai oltre 2000 anni che riviviamo, quotidianamente, la sofferenza di un innocente e la sofferenza che vediamo con i nostri occhi, qui nel mondo, non è che un riflesso di quella che patì Gesù di Nazareth. Da nessuna parte e da parte di nessuno ci viene spiegato il perché della sofferenza che vediamo nel mondo, però ora sappiamo, ora possiamo afferrare il concetto, che quella sofferenza porta alla salvezza, come è vero che Cristo ha affrontato la croce e ha vinto la morte.

E allora, per me, non basta l’indignazione di fronte all’immagine del corpo di un bambino di 3 anni affogato su una spiaggia, non c’è vero scandalo nella sofferenza che hanno patito il nostro Filippo e il piccolo Giacomo. Di fronte a tutto questo si può reagire in molti modi: ci si può arrabbiare, si può urlare, si può lottare per tentare di alleviare le sofferenze di chi è malato e di chi fugge dalla guerra in ogni modo; si possono tendere mani, costruire case, strade e ospedali. Tutto questo è buono, certo, è umano, certo, ma non basta; tutto questo non cambierà il mondo, non eliminerà dalle nostre vite la sofferenza.

Per me, il vero scandalo è nel non fugare il dubbio che le mie preghiere restino inascoltate, il vero scandalo è nel non lasciarsi convertire da quella sofferenza, da quelle croci che sono sotto i nostri occhi. Lo scandalo, per me, è nel girare lo sguardo altrove, lontano da quelle croci, lontano da chi soffre, come ci ha spiegato Don Stefano nella sua omelia di domenica scorsa. Per me, lo scandalo è pensare di convertire il mondo senza prima voler convertire se stessi, senza voler noi per primi contemplare il crocifisso, la sofferenza dell’innocente e, noi per primi, credere che quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi non è qualcosa da rifiutare ma è invece il senso di tutta la nostra vita.

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6 Pensieri su &Idquo;Convertire il mondo, convertire se stessi

  1. … poi il dubbio, il dubbio che tutte quelle preghiere fossero rimaste inascoltate…

    il vero scandalo è nel non fugare il dubbio che le mie preghiere restino inascoltate,

    il vero scandalo è nel non lasciarsi convertire da quella sofferenza, da quelle croci che sono sotto i nostri occhi…è nel girare lo sguardo altrove, lontano da quelle croci, lontano da chi soffre…

    Anche per noi, Stefano, lo scandalo è pensare di convertire il mondo senza prima voler convertire se stessi, senza voler noi per primi contemplare il crocifisso, la sofferenza dell’innocente e, noi per primi, credere che quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi non è qualcosa da rifiutare ma è invece il senso di tutta la nostra vita. GRAZIE!!! ❤

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