Scovare Dio tra le montagne

di Stefano Bataloni

La mia prima vacanza in montagna arrivò poche settimane dopo l’inizio della storia tra me e Anna. Eravamo due giovani (io meno, lei di più) studenti universitari. Io non avevo mai fatto un’esperienza simile: trascorrevo le mie estati quasi sempre in collina o in riva a un lago. Pur abitando a 500 metri dal mare, nemmeno la spiaggia era tra le mie mete estive.

Da ragazzo, le mie vacanze erano in pianura, in tranquillità, col caldo umido di giorno e la brezza serale, con poche fatiche e assoluto riposo. Invece, temevo la montagna: le grandi altezze, gli spazi enormi, gli strapiombi, le salite faticose e le ripide discese mi intimorivano. E pensavo quasi solo ai rischi e ai pericoli nei quali sarei potuto capitare. Ignoravo completamente quanto di bello ci sarebbe stato in cima a quelle montagne.

Era l’estate del 1996 quando nel giorno in cui Anna e il suo gruppo parrocchiale erano già in viaggio verso le Dolomiti dell’Alto Adige, io fui letteralmente trascinato, a parole, dal sacerdote di Frascati che l’accompagnava, a salire sul primo treno diretto a Bolzano. Ricordo che discussi con mio padre per farmi dare i soldi per pagare il biglietto e poi mollai in fretta i miei studi di quei giorni per partire. Ricordo che da solo su quel treno, non appena imboccai la valle dell’Adige, pensai che non sarei mai riuscito a salire su montagne così alte come quelle che iniziavano a scorgersi nel panorama che si apriva intorno ai miei occhi, e quelle erano cime tutto sommato modeste.

Nei giorni successivi ebbi il mio “battesimo” della montagna, presi contatto con quelle altezze, con gli strapiombi, con le salite e le discese; il timore mi accompagnò in ogni istante, ma il sostegno e l’incitamento di Anna e di alcuni amici che ancora oggi sono nel mio cuore, mi aiutarono. Ne nacque un amore che dura ancora oggi e che si rinsalda a ogni occasione.

Non fu solamente lo scoprire un modo nuovo di trascorrere una vacanza, fu invece una vera e propria svolta della mia vita: in quella settimana riscoprii la mia fede, mi confessai per la prima volta dopo tanto tanto tempo, mi accostai di nuovo alla Santa Eucaristia. La montagna fu il posto in cui ebbe inizio la mia conversione.

La scorsa settimana io e Anna siamo tornati sulle Dolomiti, stavolta sono state quelle del Cadore, in Veneto. Anche stavolta ci siamo uniti a un gruppo parrocchiale, quello delle famiglie della nostra parrocchia romana di adozione. E’ stato un momento programmato con largo anticipo e che ho aspettato con impazienza, sia perché in tutti questi anni da quel 1996 non ero più stato sulle Dolomiti sia perché la consideravo la mia “vera” vacanza di questa estate.

Non sono partito però nelle migliori condizioni d’animo. Negli ultimi mesi alcune difficoltà si sono affacciate nella mia vita, difficoltà che forse apparirebbero sbiadite se poste a confronto con quelle che ho affrontato e sostanzialmente superato nel corso dei sei anni di malattia di Filippo e poi con la sua salita al Cielo ma tali comunque da farmi perdere la serenità.

Per di più, la cosa che mi turbava maggiormente era la mia apparente assenza di volontà di affrontare quelle difficoltà, la voglia di nasconderle, di aggirarle, sebbene fosse del tutto scontato che quelle difficoltà erano sempre lì, inevitabilmente di fronte a me. Sembrava come se in me non ci fosse più quella forza che riuscii a tirar fuori nei giorni di ospedale accanto a Filippo, nei momenti delle diagnosi infauste, degli interventi chirurgici, nei periodi della lontananza da casa e dal resto della famiglia. La mia fede sembrava non sostenermi più a sufficienza.
Era un po’ come se fossi tornato a quel 1996 in cui ero preso dai timori e vedevo di fronte a me solo rischi e pericoli.

La settimana scorsa però non è stata una vacanza nel vero senso del termine, è stato molto di più. Ancora una volta la montagna mi ha dato l’occasione di compiere una svolta.

Ho faticato davvero molto, fino a sfinirmi; ho aiutato Francesco e Giovanni a salire sulle lunghe salite e a percorrere le altrettanto lunghe discese che abbiamo affrontato: li ho portati in braccio, ho raccontato loro storie improbabili per intrattenerli durante il cammino; ho superato la mia timidezza e ho ballato, cantato e scambiato parole con persone che conoscevo poco ma che sapevo essere affezionate a me e Anna; ho mangiato cibi che mi hanno ricordato quelli dei tempi dell’ospedale; ho affrontato passaggi difficili lungo i sentieri, ho salito gradini e camminato sui sassi; mi sono svegliato alle 3:15 del mattino, sono salito in auto in piena notte e ho camminato nel buio pesto per vedere le montagne alle prime luci dell’alba.

Ma ho anche pregato, ho partecipato alla Santa Messa nei boschi e a quasi 3000 metri di quota, con montagne ancor più alte sullo sfondo, idealmente ancor più vicino a Dio. Ho visto mamme e papà aiutare bambini non loro a camminare lungo le salite, ho visto scambiarsi acqua e panini, ho visto la gioia negli occhi dopo la fatica, ho visto la serenità e l’allegria di un gruppo di persone affiatate, unite dalla fede in Dio. Ho visto ragazzi giovani non risparmiarsi nel prestare il loro servizio come animatori dei bimbi più piccoli o nei momenti dei pasti. Sono rimasto incantato di fronte alla imponenza e alla maestosità delle pareti verticali delle Dolomiti bellunesi; ho tremato di fronte a strapiombi vertiginosi, ho alzato gli occhi al Cielo come non facevo più da tempo. Ho versato qualche lacrima sotto una cascata.

E poi ho ascoltato le parole di Don Mario, quando nel giorno della memoria liturgica di Santa Maria Maddalena mi ha invitato a riflettere sul perché mi preoccupo così tanto per ogni cosa e non piango mai, come fece Maria Maddalena di fronte al sepolcro vuoto, quando non riesco a trovare il Signore Gesù.

Ho ascoltato anche le parole di Emilia, docente alla Pontificia Università Gregoriana, invitata a tenere alcune lezioni sul discernimento e la dottrina sociale della Chiesa, soprattutto quando ci ha ricordato che Dio si rivela in ogni circostanza della nostra vita, che niente è inutile, tanto le salite, le fatiche, gli insuccessi o l’afflizione quanto le discese, il riposo, i successi o la gioia; e che il nostro unico lavoro è quello di “scovare” Dio in ognuna di quelle circostanze, di vedere la realtà con gli stessi occhi con cui la vede Dio, confidando nel Suo disegno benevolo.

Dopo tutto questo, al termine di quella settimana, per grazia di Dio è arrivata la svolta di cui avevo bisogno: ho realizzato che l’unica cosa che non devo perdere di vista è il nostro Maestro, Gesù. Ho ricordato che devo ringraziare Dio tanto per le gioie, gli amici e gli spettacoli naturali che le montagne offrono alla mia vista quanto per le salite e le difficoltà che incontro nella mia vita perché quelli e solo quelli sono i paletti che delimitano il cammino della mia salvezza, non sono ostacoli al mio cammino ma gradini da salire con fiducia.

So che a sostenermi nelle salite della vita, se Dio vorrà, ci sarà Anna; a portare il mio zaino, almeno per un pezzo di strada, ci sarà qualche amico. Prego solo di non essere sopraffatto dalla voglia di restare fermo, a valle.

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5 Pensieri su &Idquo;Scovare Dio tra le montagne

  1. Il bello della montagna è anche che a volte, dove meno te lo aspetti, trovi un bellissimo crocefisso (quei pezzi unici intagliati a mano) o un’edicola dedicata a Maria, o un particolare Via Crucis, che ti richiamano e ti invitano alla preghiera e che le persone che incontri sempre hanno un sorriso ed una saluto.

    La montagna poi ti insegna a non presumere delle tue forze, a non essere imprudente, a pianificare bene prima i percorsi (come chi si siede a calcolare bene le spese prima di intraprendere un’opera). A saper rinunciare quando è il caso, a non intestardirti quando hai sbagliato sentiero (perché capita) e alle volte ti trovi come il Popolo d’Israele davanti al Mar Rosso e non sai più come andare avanti ma neppure come tornare indietro…
    A schivare i temporali, perché non è per nulla bello trovarsi tra i fulmini in altra montagna, ad aggirare gli ostacoli imprevisti, a scegliere se parlare o respirare… tante cose s’imparano e si deve farlo. Soprattutto se sei, non dico il capo-cordata, ma un papà con tutta la famiglia appresso e tutti si aspettano che “sempre” tu sappia cosa fare e dove andare…

    Ma soprattutto si impara ad amarla e rispettarla la Montagna, perché come dicono coloro che da sempre ci vivono: “con la Montagna non si scherza…”

    Così come con la vita.

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