Il contrario dell’amore non è l’odio ma il possesso

Si dice spesso che tra le cose brutte che possano capitarti nella vita, la peggiore sia il sopravvivere ai propri figli. Questa cosa la si sente dire talvolta anche da chi genitore non è, o non lo è mai stato.

Poco dopo che divenni padre, ricordo che, un pomeriggio in chiesa, pregando, feci mente locale su quale sacrificio abbia fatto Dio, l’onnipotente, nel concedere la vita del suo unico figlio per noi. Rimasi atterrito dalla grandezza di quel gesto, consapevole che mai sarei stato all’altezza di così profondo amore; l’attaccamento per mio figlio era tale da farmi sentire del tutto incapace di poter gestire la sua eventuale perdita. Per non considerare il fatto che a noi umani può succedere di perdere un figlio, certo, ma credo che sia quasi impossibile per noi “donare” quel figlio, come ha fatto Dio con il suo, anche sapendo che il nostro gesto possa essere per un bene più grande.

Alcuni giorni fa mi sono imbattuto nello sfogo di un ragazzo che affermava che il dolore della perdita di un figlio è equivalente al dolore di non poterne avere; peraltro si augurava che coloro che oggi manifestano pubblicamente per mettere in guardia dai rischi della ricerca di un figlio ad ogni costo, anche per chi naturalmente non può averne, si rendessero davvero conto di cosa stessero facendo.

Entrare nel dolore altrui per tentare di comprenderlo è cosa davvero impegnativa, forse impossibile, tanto più in un ambito così delicato come la paternità o la maternità.

In questi ultimi anni della mia vita ho incrociato le strade di coppie alle prese col problema della infertilità e, prima ancora, anche io e Anna avemmo difficoltà a concepire il nostro primo figlio. Mi sono trovato, durante la malattia di Filippo e soprattutto dopo la sua salita al cielo, a comparare il dolore della perdita di un figlio con quello di non poterne avere. In tutta onestà, sono giunto alla conclusione che Filippo, nonostante le tante difficoltà che la sua malattia ha portato nella mia vita, sia stato un dono splendido, sia stato qualcosa che ha lasciato un segno indelebile in me, sia stato qualcuno che avrei voluto comunque incontrare e poi amare. Per me è del tutto evidente che il dolore della sua perdita è assolutamente comparabile a quello che avrei provato se lui non fosse mai nato.

Ho però cominciato a “gestire” meglio il dolore della perdita di Filippo quando ho iniziato a prendere confidenza con almeno due aspetti importanti della vita umana, sui quali altri, ben più attenti di me, hanno gettato luce e che, per questo, mai finirò di ringraziare.

Il primo è che i nostri figli non sono di nostra proprietà. San Francesco diceva infatti che il contrario dell’amore non è l’odio, ma il possesso. Non possediamo i nostri figli al momento della nascita, quando hanno più bisogno di noi, ancor meno quando crescono, diventano ragazzi e poi uomini o donne che esercitano pienamente la loro libertà. E’ del tutto naturale desiderare un figlio, desiderare di vederlo crescere e diventare grande ma non lo si può desiderare come fosse un “oggetto” molto prezioso, da acquistare e da tenere finché si vuole. Io ho compreso invece che figli ci sono solo “affidati”, per di più in via temporanea, che appartengono a Qualcun altro e che anche se il nostro contributo alla loro generazione è importante, non è comunque l’unico. E’ chiaro quindi che, se noi siamo solo gli “affidatari” dei nostri figli, può succedere che il tempo che avremo da trascorrere accanto a loro possa essere limitato, anche ben oltre i nostri desideri; oppure che non ci venga proprio concesso di riceverne.

Il secondo aspetto è che le malattie o le disfunzioni, sia quelle che conducono al termine prematuro della vita dei nostri figli, sia quelle che ne impediscono il concepimento, sono limiti intrinseci della nostra esistenza. Nessuno di noi nasce perfetto, i difetti e i limiti di ogni genere – così come i nostri pregi e le nostre grandezze – sono parte di noi stessi: ho compreso che non accettare i nostri limiti significa non accettare noi stessi, così come non accettare la malattia di un figlio significa non accettare quel figlio.

Per mia esperienza ho capito pure che la scienza e la tecnica possono fare molto per alleviare le sofferenze che nascono da quei limiti, ma anche che molto probabilmente non riusciranno mai a eliminarli del tutto; e quand’anche la scienza riuscisse a superare uno di quei limiti, ne resteranno comunque altri ancora da affrontare. Senza considerare che la scienza e la tecnica stesse hanno i loro limiti, molto più evidenti dei nostri; senza considerare che alla scienza e alla tecnica non tutto può essere lecito perché l’alleviare le sofferenze di una persona non può raggiungersi provocando la sofferenza in altri.

Mi rendo ben conto che queste riflessioni non sono sufficienti ad alleviare il dolore di chi ha perso un figlio o non può o non riesce ad averne, anche perché non sempre sono sufficienti a me stesso. Se però è possibile, come è accaduto a me e ad Anna, di trarre frutto dal dolore per la perdita di nostro figlio, forse è anche possibile trarre frutto dalle situazioni in cui i figli pure desiderati non arrivano o non possono arrivare: è anche per questo che con Anna decidemmo di affidare a Filippo, durante i suoi ultimi giorni qui con noi, alcune intenzioni di preghiera particolari per coloro che soffrono di queste situazioni e in special modo per quelle coppie che non riescono ad avere figli, affinché non si lascino tentare dal desiderio di possesso ma si aprano all’amore.

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5 Pensieri su &Idquo;Il contrario dell’amore non è l’odio ma il possesso

  1. Sta tutto Stefano nella frase conclusiva di questa tua bella riflessione, semplice ma molto vera.

    “…affinché non si lascino tentare dal desiderio di possesso ma si aprano all’amore.”

    C’è appunto questo rischio nel non accettare questo limite, se limite c’è certo e accertato, o anche se non dovrebbe esserci ma… c’è.
    Il limite di fissarsi su questa sofferenza o di dare a questo figlio/a tanto desiderati una tale importanza da bloccare la tua intera esistenza in una situazione di frustrazione e angoscia.
    D’altronde lo stesso si potrebbe facilmente dire di chi “perde” il figlio/a che invece aveva.

    Ma in ambedue i casi questa “fissità” esasperata e esasperante, ti porta ad allontanarti dalla realtà, anche quella oggettiva del nostro limite, a fuggire dalla propria storia per ritrovarti in chissà quale “tunnel”.

    La domanda diviene allora, e bisogna farsela con chiarezza: “Voglio QUEL figlio!” (e già il verbo indica come giustamente indicavi un possesso), o “Voglio amare!” (e qui ci sta).

    Perché se voglio amare, può essere io non sia chiamato a farlo attraverso UN figlio o che quel “MIO” figlio, dovrò imparare ad amare in modo diverso (comunque la vita chiamerà a farlo, non solo perché ritornano al Padre, ma perché i figli crescono, perché se ne vanno, persino potrebbero tradirci…).
    Se vogliamo amare ci sono strade infinite. Oppure, in un modo o nell’altro, staremo chiusi nel nostro eterno lutto (anche la sterilità può essere tale).

    E quando il figlio si ha, il rischio è di fare dell’amato figlio/a appunto un “oggetto di possesso”, di un mal vissuto amore soffocante, possessivo… un cordone ombelicale mai tagliato che rischia, come nel parto, di strangolarlo questo figlio.

    Utile andare a rileggere e meditare la parola di Abramo e suo figlio Isacco.
    Buonanotte.

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  2. E’ un tema complesso , spesso sempre piu un figlio viene usato come oggetto : per salvare un matrimonio , perche ‘ ho avuto tutto e adesso mi posso dedicare ad un figlio , perchè i figli si possono avere anche a 50 ………Un figlio è un atto d’amore sopratutto in una societa’ che tenta in tutti i modi di creare ostacoli alla famiglia , senza mai un aiuto visibile . Per quanto riguarda il dolore dei bambini come gia’ ti ho detto Stefano aspettero’ di arrivare lassu’ e sentiro’ cosa mi dira’ Il Signore .

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    • La tristezza è che oggi moltissime coppie procastinano la nascita di un figlio a tutta una serie di situazioni. A volte dettate da vere contingenze, a volte solo dal timore di possibile emergenze, altre da una banale scala di priorità.

      Questo sta innalzando di molto l’eta genitoriale, producendo (come dimostrano dalle ricerche medico scentifiche, ma non ci vuole una laurea per capirlo) un innalzamento brusco dei casi di sterilità (per chi non fa finta di non sapere, anche l’uso protatto di sistemi chimici ma non solo, aumentano le difficoltà di una futura gestazione).

      Senza parlare delle problematiche psicologiche educative di trovarsi genitori ad una età prossima a quella di essere …nonni!

      Ed ecco si ritorna alla domanda di partenza: aperti al dono (che la vita te la sconvolge certo – anche in positivo, ma non raccontiamoci favolette) o pronti per il posseso?

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  3. Grazie per questa riflessione molto illuminante. Non sono riuscita a diventare madre fisicamente ma……..lo sono stata spiritualmente di tanti bambini/e (alunni nella mia carriera di insegnante elementare). Ho accettato i miei limiti senza drammatizzare e mi sono rimessa alla volontà di Dio.

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