Fate questo in memoria di me

Link alle Letture del Corpus Domini (Anno B)

Es 24,3-8   Sal 115   Eb 9,11-15   Mc 14,12-16.22-26

Commento alle Letture del Corpus Domini (Anno B)

di Don Stefano Cascio

La solennità del Corpo e Sangue di Cristo che festeggiamo oggi ci porta nel cuore della nostra fede.

Perché diamo solennità a questo momento? Festeggiamo un Sacramento, è strano.

Forse perché è il cuore dei Sacramenti, forse perché è la base di tutto.

Henri de Lubac, che è stato ripreso poi anche da Giovanni Paolo II diceva: “L’Eucaristia fa la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucaristia.”

Cerchiamo di capire perché è così importante per noi l’Eucaristia, cosa significa, perché mi sembra che poco a poco abbiamo perso il senso.

Perché dico che mi sembra che abbiamo perso il senso? Perché se guardiamo le nostre comunità, in particolare la domenica, vediamo che non si vive più come si dovrebbe vivere l’Eucaristia domenicale.

Forse partecipiamo poco e siamo diventati spettatori, forse è dovuto ad anni e anni, in passato, prima del Concilio Vaticano II, in cui si guardava più che partecipare a quel momento e al rito della Messa. E siamo rimasti così.

Ancora oggi non abbiamo capito qual è l’eredità del Concilio Vaticano II, che ormai 70 anni fa è stato celebrato qui a Roma.

Allora cerchiamo di capire meglio cosa vuol dire il Signore invitandoci a fare memoria di questo evento.

Come avete sentito, il Vangelo di Marco ci ricorda l’ultima cena di Gesù, il momento in cui lui dice “Fate questo in memoria di me”.

Cosa significa “fare memoria” in questo caso?

Non è solo ricordarsi di quello che ha fatto Gesù. Non è solo un ricordo, come i nostri nonni si ricordano che cos’era la guerra (i bisnonni, adesso). Non è solo un ricordo del passato.

Fare memoria in questo caso è rivivere il momento, è far presente il Sacramento.

Ora tutto questo cosa significa per noi?

Gesù durante l’ultima cena istituisce l’Eucaristia.

Istituire in latino non significa fondare, significa insegnare.

E cosa ci insegna Gesù durante quest’ultima cena? Ci insegna a dare la nostra vita come lui l’ha data. Ci chiede di essere i suoi imitatori.

Vi siete mai resi conto che lui ha scelto il pane e il vino? E come si fanno il pane e il vino?

Si fanno con il chicco di grano che viene macinato, e con l’acino dell’uva che deve essere pestato.

Ecco noi dobbiamo essere così, noi dobbiamo morire a noi stessi. E per quale motivo dobbiamo morire a noi stessi, a cosa ci serve, dove ci porta?

A creare un solo corpo.

Perché vedete, l’Eucaristia dovrebbe essere una, ci dovrebbe essere il Vescovo, i suoi sacerdoti, i diaconi e il popolo, tutti insieme a celebrare.

Poi la Chiesa è cresciuta, il cristianesimo si è allargato e non era più possibile celebrare tutti insieme, allora oggi si celebra in tutte le nostre comunità. E anche lì ci dovrebbe essere una sola Messa, ma siamo cresciuti e abbiamo dovuto dire più Messe la domenica.

Ecco perché è brutto dire la messa dei bambini, degli anziani, dei giovani, degli studenti, perché la comunità è una e noi qui dobbiamo formare un solo corpo.

Ma per poter formare un solo corpo dobbiamo morire a noi stessi, cosa che non è mai facile.

Io devo dare la vita per l’altro, è quello che il Signore è venuto a insegnarci morendo sulla croce.

Ma tutto questo morire a se stessi a che cosa porta? Qual è il senso della nostra vita cristiana, che cosa stiamo celebrando qui sull’altare?

Noi non celebriamo e non riceviamo il corpo di Cristo morto. Non siamo la pietà che riceviamo questo corpo morto, noi celebriamo il corpo di Cristo risorto!

Noi siamo qui sulla terra per prepararci a incontrare Dio faccia a faccia.

C’è chi ha avuto la fortuna di arrivarci prima. A noi sembra una sciagura, sembra una cosa triste, invece è la cosa più bella che possa succedere.

Vedete un bambino nella pancia della mamma non sa che cosa gli succederà quando dovrà nascere. Per lui il momento della nascita deve essere una cosa terribile, infatti nasce e si mette a piangere. Deve essere terribile per lui, deve essere la morte questo momento in cui deve uscire, sta così bene nella pancia della mamma.

Pensate alla nostra vita: è un po’ così. Dopo la nostra nascita, quando siamo qui sulla terra, è come se fossimo nel grembo aspettando la nuova vita, quella con Cristo. Questo è il cammino che noi dobbiamo fare.

Allora noi celebriamo qui non Cristo morto, ma Cristo che ha dato la vita, è morto ed è risorto per noi!

Ed è questa resurrezione che noi celebriamo ogni domenica, Pasqua della settimana.

Allora solo volti di gioia dovrei vedere qui in Chiesa. E’ un momento bello, noi celebriamo la resurrezione del Signore insieme, e celebrando la sua resurrezione celebriamo la nostra, perché siamo chiamati a risorgere anche noi, e da cosa risorgiamo? Dal peccato, dalla morte di quello che ci uccide ogni giorno qui sulla terra. Allora la mia vita è piena di speranza, e quando esco da questa chiesa il mio volto dovrebbe essere diverso, ho incontrato Cristo risorto.

Ricordatevi gli apostoli, erano paurosi, richiusi nella loro sala, dopo la morte di Gesù. Gesù appare, risorto, e loro escono contenti a proclamare la resurrezione del Signore.

Ma non dovrebbe essere la stessa cosa per noi ogni volta che riceviamo Cristo risorto dentro di noi? Ogni volta che facciamo la Comunione non lo stiamo ricevendo nella nostra vita?

Ma ci rendiamo conto di quello che noi celebriamo qui ogni domenica? Ci rendiamo conto che questo dovrebbe cambiare la nostra vita, il senso della nostra vita, il nostro sguardo verso gli altri?

Allora dovrebbe essere un momento importante per noi ogni volta che andiamo a fare la Comunione, come se fosse la prima, e l’ultima!

Solo che noi ci abituiamo alle cosa belle e non ci rendiamo neanche più conto di quanto sono belle.

Gesù si offre a noi risorto. Questo miracolo che si fa qui ogni domenica, ci crediamo sì o no? O preferiamo andare alla televisione a guardare le trasmissioni sui miracoli, quando ce l’abbiamo qui, il miracolo, lo riceviamo.

Allora tutto cambia se io mi rendo conto di quello che sta succedendo qui. Allora lo voglio celebrare, lo voglio cantare, lo voglio pregare.

La nostra comunità sarà diversa se vive realmente l’Eucaristia, in rendimento di grazia, se realmente capisce che Cristo è realmente risorto, anche per me, anche per te.

Allora non diciamo più “amen”, perché Amen vuol dire così sia, vuol dire ci credo, deve essere un AMEN convinto.

Quando canto, CANTO!

Sant’Agostino diceva “Cantare bene vuol dire pregare due volte”.

Perché le nostre comunità sono spente? Forse perché non abbiamo più la fede che dovremmo avere? Perché se vado in India, in Africa, lì la fede la vedo, vedo gente fare chilometri per andare a Messa, e noi per venire qui alle 9:30 del mattino ci sembra troppo presto.

Dov’è la nostra fede? In cosa crediamo veramente? Qual è il senso della nostra vita?

Vi lascio queste domande che spero potranno trovare risposte quando verrete qui all’altra a ricevere Lui, io spero che troverete qui all’altare il senso della nostra vita, spero che qui a quest’altare noi sempre di più possiamo diventare un solo corpo in Cristo, perché questo è il senso del nostro essere qui.

Sennò distruggiamo la nostra chiesa, andiamo via, non serve a niente, se non è qui la sorgente di tutto, se non è qui l’inizio di tutto.

Cambiamo questo quartiere, cambiamo questo mondo, partiamo da qui, iniziamo a cambiare le cose!

Siamo una bomba nucleare noi cristiani, ma siamo addormentati, non abbiamo fede.

Qui parte tutto. Qui.

Amen.

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