La pietra scartata dai costruttori

di Stefano Bataloni

Gli ultimi giorni appena trascorsi sono stati riempiti da molti momenti importanti e di grande gioia: la festa per il 9° compleanno di Filippo, che lui ha festeggiato con noi dal Cielo, ma anche la Festa della Famiglia tenutasi qui a Monte Porzio Catone, nel paese vicino Roma in cui viviamo.

Se mia nonna fosse ancora viva immagino si farebbe una bella risata all’idea di fare un festa per la famiglia; dovrebbe essere una cosa nota pure ai sassi che la famiglia è il fondamento della nostra vita e della società in cui viviamo, eppure oggi c’è bisogno di festeggiarla, di raccontarne la bellezza, di riaffermarne l’importanza per tutti noi. Ed è questo che è stato fatto qui nei giorni scorsi.
Ma non è di questo che voglio parlare perché c’è chi lo fa molto meglio di me.

Sabato e domenica pomeriggio scorsi, nel tendone allestito per la Festa ho assistito, insieme ad alcune decine di altre persone, agli interventi delle personalità invitate dagli organizzatori a raccontare della loro esperienza. Fuori dal tendone, bambini coi loro genitori giocavano e parlavano tra loro, tante persone come poche volte capita di vedere riunite tutte insieme da queste parti, soprattutto per una festa “parrocchiale”, soprattuto in una diocesi come la nostra che, ahimè, non brilla moltissimo per iniziative comunitarie. Mi sono quindi ritrovato a riflettere su colui che aveva fortemente voluto e organizzato tutto ciò: un sacerdote appartenente all’ordine dei Preti del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, un uomo con un volto buono e sorridente, e con gli occhi da gatto, che per camminare ha bisogno di “4 gambe”, come dice lui, a causa degli esiti della poliomelite contratta da bambino; un sacerdote che nonostante la sua disabilità non si risparmia in nulla pur di poter portare avanti, ormai da anni, unico in tutti i Castelli Romani e tra i pochi in tutto il territorio, il percorso di catechesi delle Dieci Parole.

E’ stato per me quasi un fulmine a ciel sereno riconoscere ancora una volta come Dio per dare compimento ai suoi progetti si serve di mezzi che noi giudicheremmo del tutto inadeguati: quel padre bétharramita, che per portarlo sul palco per la celebrazione della messa della domenica mattina è stato necessario metterlo su una sedia e caricarlo di peso allo scopo di fargli salire una piccola rampa di scalini, aveva invece fatto tutto ciò, aveva fatto montare un tendone in grado di ospitare centinaia di persone, aveva costretto i commercianti del paese a donare ogni genere di beni quali premi per la lotteria, era riuscito a spuntare agli organizzatori della cucina un prezzo popolare per il pranzo e la cena delle famiglie (perché, come dice lui, se un padre ha tre o quattro figli e vuole venire ad una festa della famiglia non può spendere una fortuna per dar loro da mangiare), è riuscito anche nell’intento di portare a Monte Porzio delle celebrità.

Viviamo in tempi in cui siamo affascinati solo da ciò che appare bello esteriormente: case, auto e oggetti senza alcun difetto; uomini e donne senza alcuna malattia, perennemente felici e soddisfatti. Ci stordiamo con immagini e suoni che raccontano di un mondo perfetto, che però non trasmette nulla ai nostri cuori o, peggio, comunica attraverso subdole menzogne che stravolgono la nostra natura.

Invece, sabato e domenica, ho visto tante tante persone riunirsi perché invitate da quel sacerdote con le stampelle, ho visto uomini e donne appassionarsi sinceramente alla testimonianza di una nota attrice che è uscita dalla profonda tristezza e infelicità in cui si trovava e ha riscoperto di essere amata da Dio per quello che era o ai racconti di una giornalista e scrittrice, ormai piuttosto famosa, ma soprattutto moglie di un unico marito e madre di 4 ragazzi che ripete con forza e semplicità quello che san Paolo andava dicendo già 2000 anni fa sul compito delle mogli e quello dei mariti.

E’ un po’ come capita a noi e al nostro Filippo: una famiglia che il mondo odierno considererebbe composta da due sfigati e da un bambino prima malato e poi morto per la leucemia ma che invece da tanti viene ricoperta di complimenti e considerata esempio di fede e di forza.

A me pare del tutto evidente che tolti i lustrini, il trucco e gli effetti speciali, tutti noi in fondo ci sentiamo più vicini a quel nostro sacerdote disabile o a quella attrice che ha voluto ed è riuscita a convertirsi o a quella moglie e mamma di 4 figli. Perché prima o poi ad ognuno di noi capita di essere quella “pietra scartata dai costruttori” e quando veniamo scartati non possiamo che cercare Qualcuno che invece ci faccia diventare “pietra angolare”.

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2 risposte a "La pietra scartata dai costruttori"

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  1. Grazie carissimo Stefano per queste parole che sento mie dentro l’anima.
    Grazie perché siamo in tanti che la pensiamo e la ‘viviamo’ come te e Anna e i vostri bambini.
    Un prete anziano una volta mi disse :’ Gesù non ci ha mai detto che sarebbe stata una passeggiata, ma ci ha promesso che non ci avrebbe mai lasciati soli’. Buona giornata e buon cammino a te e alla tua splendida famiglia. Silvia

    Mi piace

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