Il signore ha dato, il Signore ha tolto… Benedetto il Nome Del Signore

di Mario Barbieri
Il tema del “dolore”, della prova, della croce o comunque si voglia chiamare ciò che identifichiamo con un “male”, una “sventura” o una cosiddetta “disgrazia” (termine che credo non dovrebbe esistere nel vocabolario di un Cristiano), suscita sempre domande nel nostro cuore, crea un combattimento, alle volte un dubbio, altre volte un vero e proprio “scandalo”.

Anche io come tanti, soprattutto quando dalla Prova e dalla Croce si è “visitati” con fatti seri e personali, ho “dovuto” affrontare queste domande che scuotono la propria fede, ho dovuto cercare le risposte che la propria fede rinsaldano, perché non si rimanga su un pericoloso crinale, in bilico, laddove il Maligno viene e trovandoti in equilibrio “precario”, soffia e spinge e percuote cercando di farti cadere in un ruzzolare che, se non si arresta aggrappandosi ad un sostegno sicuro, rischia di divenire valanga che tutto travolge.

Ma non vorrei affidare alle mie parole le “mie” spiegazioni, pur credendo e fortemente sperando non siano solo “le mie”, quindi approfitto della Liturgia delle Ore di oggi 25 Maggio e in particolare dell’Ufficio delle Letture, per proporre a chi voglia leggerle, le parole che la Chiesa nella Sua Sapienza ci offre, nel commento di San Gregorio Magno, perché possano essere momento di riflessione, ma anche eventualmente, di confronto.

SECONDA LETTURA

Dal «Commento al Libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa

(Lib. 3, 15-16; PL 75, 606-608)
Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare anche il male?
Paolo, osservando in se stesso le ricchezze della sapienza interiore e vedendo che all’esterno egli era corpo corruttibile, disse: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4, 7).
Ecco che nel beato Giobbe il vaso di creta sentì all’esterno i colpi e le rotture, ma questo tesoro internamente rimase intatto. Al di fuori si screpolò a causa delle ferite, ma il tesoro della sapienza all’interno rinasceva inesauribilmente, tanto da manifestarsi all’esterno in queste sante espressioni: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2, 10).
Chiama beni i doni di Dio sia temporali che eterni; mali invece i flagelli presenti, dei quali il Signore dice per bocca del profeta: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è dio. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura» (Is 45, 5a. 7).
«Io formo la luce e creo le tenebre», perché, mentre con i flagelli si creano all’esterno le tenebre del dolore, si accende all’interno la luce delle grandi esperienze spirituali. «Faccio il bene e provoco la sciagura», perché alla pace con Dio veniamo riportati quando le cose create bene, ma non bene desiderate, si mutano, per noi, in flagelli e sofferenze. Noi entrammo in conflitto con Dio a causa della colpa. È giusto dunque che torniamo in pace con lui per mezzo dei flagelli. Quando infatti ogni cosa creata bene si volge per noi in sofferenza, siamo ricondotti sulla retta via, e l’anima nostra è rigenerata con l’umiltà alla pace del Creatore.
Ma nelle parole di Giobbe bisogna osservare attentamente con quanta abilità di ragionamento egli sappia concludere contro le affermazioni di sua moglie, dicendo: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?».
È certamente un grande conforto nelle tribolazioni richiamare alla memoria i benefici del nostro Creatore, mentre si sopportano le avversità. Né ciò che viene dal dolore ci può scoraggiare, se subito richiamiamo alla mente il conforto che i doni ci recano. Per questo è stato scritto: Nel tempo della prosperità non dimenticare la sventura e nel tempo della sventura non dimenticare il benessere (cfr. Sir 11, 25).
Chiunque gode prosperità, ma nel tempo di essa non ha timore anche dei flagelli, a causa del benessere cade nell’arroganza. Chi invece, oppresso da flagelli, non cerca al tempo stesso di consolarsi con la memoria dei doni ricevuti, è annientato dai sentimenti di sconforto o anche di disperazione. Bisogna dunque unire assieme le due cose, in modo che l’una sia sempre sostenuta dall’altra: il ricordo del bene mitigherà la sofferenza del flagello; la diffidenza circa le gioie terrestri e il timore del flagello freneranno la gioia del dono.
L’uomo santo perciò, per alleviare il suo animo oppresso in mezzo alle ferite, nella sofferenza dei flagelli consideri la dolcezza dei doni, e dica: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?».

Annunci

3 Pensieri su &Idquo;Il signore ha dato, il Signore ha tolto… Benedetto il Nome Del Signore

  1. Dopo anni in cui mi sono chiesta il senso della croce, della sofferenza soprattutto quella dei piccoli innocenti…..finalmente, per grazia di Dio, sono arrivata alla conclusione di Giobbe e ad accettarla. Inoltre mi sono detta che la vita di Gesù sulla terra non è stata una passeggiata tra gioie e benessere, quindi per noi che lo seguiamo, che vogliamo essere suoi discepoli……
    perché dovrebbe essere senza croci e sofferenze?

    Mi piace

  2. Pingback: Il signore ha dato, il Signore ha tolto… Benedetto il Nome Del Signore | Betania's Bar

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...