Come è nata la mia speranza

di Stefano Bataloni

Alcuni giorni fa ho ascoltato una catechesi sulla Speranza tenuta da Padre Maurizio Botta, della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. Le sue parole forti e illuminanti mi hanno riportato alla mente quanto per me la speranza sia stata una compagna di vita negli ultimi anni: a volte persa, spesso cercata e forse, alla fine, trovata.

Ci sono molti passaggi di quella catechesi che colpiscono e interrogano.

Innanzitutto, la consapevolezza che la disperazione è ovunque, che ci attanaglia, che presto o tardi ci chiediamo che senso abbia la nostra vita o se ci sia qualcosa che ha davvero senso nella nostra vita. In qualche modo è come se la disperazione fosse innata in noi stessi: non possiamo fare a meno di perdere la speranza in qualche occasione, e vedere il bicchiere mezzo vuoto, se non addirittura arrivare a vederlo completamente vuoto quando invece c’è dell’acqua.

Mi è capitato di vedere morire la speranza tante volte, ma mai fu così dura come quella volta quando Filippo stava per entrare in ospedale, verso la fine del 2011, per andare incontro al suo secondo trapianto di midollo osseo. Ricordo la sera prima del ricovero nel reparto trapianti di aver parlato a lungo con Anna, seduti vicino al nostro letto. Stavamo per affrontare un calvario che purtroppo conoscevamo bene, dei cui rischi eravamo ben consapevoli e per di più, quella volta, con molte poche probabilità di successo: non c’era speranza in me, in quel momento, mi sentivo come se stessi portando mio figlio a morire. Lui andò veramente vicino alla morte, nell’inverno successivo, ma poi visse ancora e ancora.

Altro passaggio della catechesi di Padre Maurizio che mi ha portato a riflettere: le nostre forze contro la disperazione sono inadeguate ma serve una battaglia, non possiamo arrenderci alla disperazione, serve combattere; la speranza può nascere laddove si combatte, quando si ha la pancia vuota e si soffre. E sopratutto, da soli non riusciremmo mai a vincere la disperazione: servono amici con cui condividere la battaglia.

Eh si, ho sperimentato anche queste cose. Nei lunghi periodi di ricovero di Filippo, necessari per le cure, è capitato spesso che io e Anna ci dessimo il cambio per stare con lui in ospedale. Quando stavo a casa, con gli altri figli, quando andavo al lavoro, sembrava di avere una vita quasi normale, mi godevo la comodità del mio letto, i cibi buoni che nonne e parenti cucinavano per me; ma era proprio in quei momenti che percepivo più forte la paura e l’angoscia. Quando invece ero in ospedale con Filippo, in trincea, a trafficare con terapie, medici, infermieri, con la misurazione della pipì, con la febbre e i dolori, dormendo in un letto non mio e condividendo il bagno con sconosciuti… allora sì che sentivo che ce l’avremmo fatta, sentivo viva la speranza. Non posso negare che, in certi periodi, mi sia sentito più sicuro e sereno poter essere in mezzo a quella battaglia piuttosto che a giocare e a rilassarmi a casa.

Da solo, per davvero, non sarebbe stato possibile: di battaglie alla ricerca della speranza ne ho perse anche quando ero in trincea. Ci sono stai periodi, talvolta lunghi, in cui mi sono ritrovato al fianco di Filippo in ospedale e non potevo che contare sulle mie sole forze; proprio in quei periodi è emersa chiaramente la mia inadeguatezza. Alla fine, però, i rinforzi sono arrivati: come avrei fatto senza Anna, senza le “nonne”, senza le decine e decine di amici che pregavano per me e per noi e che rendevano palpabile la loro forza anche a distanza?

Come spiega Padre Maurizio, però, l’unico “vero amico” con cui conviene condividere la battaglia per la speranza è Colui che quella battaglia l’ha affrontata per primo, che l’ha affrontata come si deve e che l’ha vinta. A guardar bene indietro, è stato Lui la vera fonte della mia speranza: ho trovato la speranza solo quando mi sono avvicinato a Lui; mi rammarico solo di non essere riuscito a farlo sempre con fiducia e convinzione.

La catechesi si chiude, infine, con un racconto intimo tra Padre Maurizio e un suo amico, e di come entrambi vorrebbero che fosse il giorno della loro morte. L’amico confida a Padre Maurizio che vorrebbe che fosse una giornata meravigliosa di sole, una giornata piena di promesse; Padre Maurizio, gli risponde che l’unica cosa che vorrebbe è che a chiunque succedesse di guardarlo da morto fosse impossibile disperare.

Ascoltare questi racconti, pochi giorni fa, mi ha riempito di commozione: il giorno in cui Filippo è salito al cielo fu esattamente come lo descrivono Padre Maurizio e il suo amico. Il cielo di quel 20 novembre era blu, il sole caldo, l’aria limpida; dalla finestra della stanza si potevano vedere bene, come raramente capita, le vette delle montagne imbiancate dalla neve; Filippo senza vita nel suo letto, piagato dalla malattia e con le cicatrici dei tanti interventi subiti, mi rimandava all’immagine di Colui che ha annientato l’unica cosa che davvero fa paura nella vita e grazie al quale noi, oggi, tutti, possiamo trovare speranza.

In quel giorno pieno di sole Filippo mi ha donato la Speranza.

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6 Pensieri su &Idquo;Come è nata la mia speranza

  1. Grazie Stefano le tue riflessioni sono sempre profonde e sono un balsamo per la vita fatta di corse e tempo fuggito.Prego sempre Filippo è diventato uno di famiglia .E mi chiedo sempre ma se non c’è Dio a prenderci in braccia chi può farlo .

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  2. Che dire… Ritrovo anch’io la mia storia e anch’io ti ringrazio.

    Testimonianze come la tua che non nascondono la nostra umana debolezza, ci danno l’idea di quanto disperata deve essere la vita di chi vive le stesse situazioni senza la Luce della Speranza, senza la Luce della Fede…

    Ci muovono a compassione per chi disperato compie gesti disperati, che non è più “cattivo” di chi ha la Grazia di averla la Speranza.

    Ci muovono al desiderio dell’Annuncio perché anche per loro ci sia Speranza, quella che viene dall’incontro con la Croce di Cristo, scandalo per taluni, Croce Gloriosa per altri.

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  3. E’ stato bello leggere quello che ha scritto Stefano per me questa sera perché mi ha fatto tornare a quello che e’ la nostra meta la vita eterna!!
    E se lo facciamo avendo tanta speranza forse possiamo fare qualcosa in più!!!

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  4. La speranza è una grande Grazia, anche il Papa ce lo ricorda. Bello leggere nelle tue (mi permetto di dare del tu) perole e in quelle di tua moglie tanta forza, leggere e veder messi in pratica gli insegnamenti di Gesù. Con tutta l’umanità e la fatica di questo, ma con la voglia di andare avanti e non dimenticare. Anthony De Mello dice “Siamo nati nell’amore ma cresciamo col dolore” è vero bisogna solo ricordare di non dimenticare (S. Francesco) Grazie!

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