Io ti prendo come mia sposa

di Anna Mazzitelli

Da qualche giorno mi capita di imbattermi in qualcosa che riguarda il matrimonio, in particolare il matrimonio cristiano.

Ho letto ieri un articolo postato su Facebook da uno dei diecimila amici immaginari di mio marito (il quale concede l’amicizia a tutti/e, se qualcuno volesse approfittarne) che parlava di un esorcista, Monsignor Sante Babolin, al quale un demonio ha detto che non sopporta che gli sposi si amino. Perché l’amore coniugale non è semplicemente amore, ma è amore divino.

Il Monsignore spiegava poi che recitare il rosario tra coniugi è un mezzo potentissimo per tener lontano il demonio.

Domenica ho ascoltato la catechesi sul matrimonio di Padre Maurizio Botta. Quello che riporto è un estratto della catechesi, le cose che mi hanno più colpito e che ho riscritto per non dimenticarle (ma bisognerebbe davvero ascoltarla tutta, comprese le risposte alle domande, è tutto on line):

Il comandamento che Gesù lascia ai discepoli: “amatevi come io vi ho amato”, nel giorno del matrimonio è come se ti venisse detto: “amala come la amo io, amalo come lo amo io!”.

Dio dona all’amore umano di diventare divino, dona a due persone la possibilità di amarsi come li ama lui. Ti concede di amare una creatura come lui ha amato la chiesa, donando la sua vita.

Tutto questo avviene solo con la Grazia di Cristo, solo con la Grazia di Cristo si può amare in modo indissolubile!

Quello del sacramento è un dono, ma è un dono particolare: Dio ci lascia liberi anche in questo, ma ci permette di attingere al dono ricevuto, di chiedere che si sprigioni questo dono. Si diventa sposi, è un dono che si riceve ma che poi si può espandere chiedendo a Dio di amare l’altro come l’ama Lui. In questo senso il matrimonio può diventare la terapia, la soluzione a tanti problemi dell’amore, perché tu, chiedendo di imparare ad amare e ad amare di più, guarisci nel tuo modo di amare che è limitato, con la Sua Grazia.

La preghiera degli sposati è unica, non ce n’è un’altra: “Voglio attingere al dono che mi hai fatto, Gesù voglio ardere della tua passione per lui e per lei, io voglio amarlo come lo ami tu, io voglio amarla come la ami tu, Signore hai promesso che questa cosa me la dai” su questo si impegna il Signore! Tutte le volte che glielo chiedi te lo da, se tu gli chiedi di amare come ama lui, lui te lo da e allora sperimenti veramente una vita nuova.

Insomma, questo per dire che è da quando Stefano ha scritto il post che si intitolava “Il mio orto degli ulivi“, che mi frulla in testa una sorta di risposta, e questa risposta ha preso forma in questi giorni grazie anche a ciò che ho letto e ascoltato.

Il fatto è che in quel post Stefano diceva che all’inizio della malattia di Filippo, e poi quasi per tutto il percorso, la sua preghiera è stata quasi sempre “Sia fatta la tua volontà” e quasi mai “Allontana da me questo calice”.

Quello che voglio dire a mio marito è che “L’uomo lascerà suo padre e sua madre (o sua madre e sua sorella, a seconda delle circostanze) e si unirà alla donna e i due saranno una carne sola”, secondo me vuol dire anche questo: tu pregavi dicendo “sia fatta la tua volontà”, io, contemporaneamente, pregavo: “allontana da noi questo calice, ovvero salva la vita di Filippo”. E con questa invocazione mi sono svegliata la mattina del 20 novembre scorso, fino al momento in cui Filippo ha lasciato la sua vita terrena io non ho smesso di chiedere a Dio il miracolo, la guarigione, la salvezza.

E ascoltare la catechesi di Padre Maurizio e leggere l’articolo su Monsignor Babolin che raccontava quello che il demonio gli diceva non ha fatto altro che rafforzare questa mia convinzione, cioè che io e te siamo una cosa sola, e le preghiere dell’uno si aggiungono a quelle dell’altro, quindi la nostra preghiera non era incompleta, dopotutto, e che la strada per il Paradiso, per noi due, ormai è la stessa e dobbiamo farla per forza insieme, altrimenti in paradiso non ci si va. E ti prometto che cercherò di chiacchierare di meno e di mettere a posto le cose che lascio in giro per casa, ma tu promettimi che mi abbraccerai e mi accarezzerai il viso, e che continuerai a chiedere a Dio la grazia di amarmi come mi ama Lui, perché mi sto abituando all’idea, e mi pare grandiosa!

Anna

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5 Pensieri su &Idquo;Io ti prendo come mia sposa

  1. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    “La preghiera degli sposati è unica, non ce n’è un’altra: “Voglio attingere al dono che mi hai fatto, Gesù voglio ardere della tua passione per lui e per lei, io voglio amarlo come lo ami tu, io voglio amarla come la ami tu, Signore hai promesso che questa cosa me la dai” su questo si impegna il Signore! Tutte le volte che glielo chiedi te lo da, se tu gli chiedi di amare come ama lui, lui te lo da e allora sperimenti veramente una vita nuova.”

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  2. “Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne” e viene aggiuto: “Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi”.

    Ciò conferma cara Anna quanto scrivi. perché la preghiera è un atto spirituale o fisico? E il corpo, la carne, che negli sposi diviene uno, quale senso ha?
    Perché non è detto “divengono un solo *spirito*?”

    La preghiera è certo un “atto spirituale”, ma senza il corpo, su questa terra, come la si potrebbe mettere in pratica?
    La preghiera presuppone prendersi un tempo, fermare se non il corpo almento al mente in tutt’altre faccende affaccendata, quindi applicare la propria volontà su un piano fisico-mentale, se vogliamo anche psicilogico, ma prettamente fisico… d’altronde alle Liturgie con cosa partecipiamo?

    Questo ci dice come il nostro corpo e il nostro *tempo* (terreno) che hanno ben precisi limiti, ci sono dati per la nostra santificazione e, per tornare al tema tuo, il corpo del coniuge anche in funzione della santificazione dello spirito (a cui partecipa e parteciperà il corpo) dell’altro (coniuge).
    Questo è tanto vero che i due appunto divengono una carne sola e la preghiera, pur rispettando le due soggettività, sensisbilità e spiritulità, che possono essere diverse, porta il bene maggiore a entrambi e di conseguenza a tutta la famiglia e, come in centri concenmtrici, a chi sta intorno.

    Molto ci sarebbe da dire (e molto è stato detto, sommamente meglio di quel che posso fare io) su questo affascinante tema… magari ci torneremo. 😉

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  3. Grazie x la bella testimonianza! Solo da poco e grazie anche a voi ho capito il mio errore più frequente: credere che il mio amore umano potesse bastare da solo! Anche sapendo la distinzione teorica tra sacramento e non, mi affidavo solo alla nostra buona volontà … l’amore umano da solo non basta, bisogna attingere alla Grazia per poter diventare indissolubili! Lo so che può sembrare banale, ma con questa nuova certezza vado avanti in modo diverso e quando non arrivo mi affido!

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    • Non è una considerazione banale la tua…
      Nella vita reale, come alla Nozze di Canaa, succede spesso che il vino della festa finisca e resti solo l’acqua.

      Certo l’acqua è simbolo della Vita, del nostro Battesimo, ma è anche segno di morte, delle acque insuperabili come per gli Ebrei davanti al Mar Rosso…
      Bisogna tornare a Cristo e a Maria che lo supplicherà per noi e Lui trasformerà la nostra acqua in vino nuovo, che anzi sempre come a Canaa, il “maestro di tavola”, riconoscerà come il migliore… migliore anche di quello versato all’inizio del banchetto.

      😉

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  4. Che post meraviglioso!!!! Sono sposata da 39 anni e posso solo confermare che solo con l’aiuto di Gesù si riesce a mantenere in piedi un matrimonio. Certo non è mancato l’impegno ed il senso di responsabilità ma spesso il demonio ha remato contro.

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