Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

Link alle letture della V Domenica di Pasqua (Anno B)

(At 9,26-31   Sal 21   1Gv 3,18-24   Gv 15,1-8)

Commento alle letture della V Domenica di Pasqua

di Don Stefano Cascio

Quando Gesù parla attraverso le parabole, quando racconta delle storie, cerca sempre di prendere delle immagini che all’epoca le persone potevano capire, parla della pesca perché c’erano tanti pescatori, o parla del campo, perché c’erano tanti che lavoravano la terra. Questa volta parla della vigna, dell’uva. Avete visto come cresce l’uva? C’è una vite, che è come un albero, che ha un tronco che ha le radici con cui prende dalla terra il nutrimento, e poi ci sono i rami, che per la vite sono i tralci.

Cosa ci dice oggi Gesù? Che lui è la vite, cioè lui è come il tronco dell’albero, cioè tutto il nutrimento viene da lui perché è lui che ha le radici, e noi siamo i tralci, come i rami di un albero.

I tralci, come i rami, non possono vivere se non sono collegati al tronco. Se voi staccate un ramo da un albero, il ramo si secca perché non gli arriva più il nutrimento di cui aveva bisogno. Allora Gesù dice: “Voi dovete essere attaccati a me altrimenti vi seccate”.

Ma oggi Gesù ci dice una cosa ancora più difficile da capire. Va bene, dice che alcuni tralci sono secchi e quindi si tagliano e si buttano nel fuoco, e fin qui tutto comprensibile, ma poi dice anche che Dio, che è l’agricoltore, vuole potare i tralci che sono vivi, che portano frutto.

Cosa significa portare i tralci che sono vivi? Vuol dire che alcune volte il ramo vive, ma per dare ancora più forza alla pianta, certi rami che sono buoni devono essere un po’ tagliati -questo vuol dire potare- per rendere ancora più forte la pianta e farla crescere meglio.

Allora se noi siamo questi tralci vivi, vuol dire che Dio nella nostra vita deve potare qualcosa.

Voi conoscete Michelangelo, lo scultore? Lui quando aveva un pezzo di marmo non diceva: “Io voglio fare questa statua con questo pezzo di marmo”. No, lui guardava il marmo e vedeva già che cosa c’era dentro questo marmo, capiva già che c’era dentro un capolavoro straordinario. Lui non diceva: “Ho un pezzo di marmo e io creo qualcosa col marmo”, no, lui vedeva già la statua in quel marmo, e doveva solo togliere un po’ di marmo intorno, e levando quel marmo usciva fuori un capolavoro.

Dio con noi vuole fare la stessa cosa, per Dio noi siamo già un capolavoro in potenza, nel senso che noi, dentro di noi, siamo già bellissimi, ma Lui vuol far uscire da noi il capolavoro perché altrimenti rimane tutto dentro.

E per fare questo Dio deve potare qualcosa nella nostra vita, e ripeto, sono tralci vivi, quindi deve potare, deve togliere delle cose che a noi sembrano valide, che potrebbero essere utili, ma certe volte queste cose vanno tagliate per arrivare all’obiettivo, per andare dritto, per avere il massimo, per diventare il Capolavoro.

Noi facciamo cose bellissime ma alcune cose è meglio metterle da parte per fare la cosa essenziale, la cosa più bella.

Nella prima lettura abbiamo la storia di Paolo che è chiamato Saulo.

Paolo prima di conoscere Gesù uccideva i Cristiani, era un persecutore feroce, poi un giorno gli appare Gesù, diventa cieco per un po’, poi a poco a poco riacquista la vista e diventa cristiano.

E allora quando arriva a Gerusalemme, (non ci va subito, già aveva iniziato a evangelizzare, a girare, a parare di Gesù) quando va a Gerusalemme e incontra per la prima volta i discepoli, loro lo guardano stranamente, hanno paura di riceverlo, lui è quello che uccideva i cristiani, “Non è che si vuole infiltrare in mezzo a noi per poi ucciderci?”.

E Barnaba lo accoglie a casa e spiega a tutti quello che ha visto, ha visto che Paolo è cambiato completamente.

E alla fine della prima lettura si dice che la chiesa in quell’epoca cresceva molto.

Se noi guardiamo la nostra chiesa di oggi, qui nel nostro paese la chiesa non cresce. E perché la chiesa non cresce?

Perché molti cristiani, compresi i preti, si sono dimenticati che dovevano essere attaccati al tronco che è Cristo. Sono diventati secchi.

Dall’esterno sembrano cristiani ma dentro non sono cristiani e quindi non testimoniano Cristo dentro di loro.

E allora vorrei concludere con questa frase che spesso uso nei matrimoni, di San Giovanni apostolo. Nella prima lettera, dice: “Figlioli non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,18).

Questo non vale solo per il matrimonio, ma vale per tutti i cristiani, non possiamo dire “sono cristiano, amo tutti “ se poi concretamente non vivo questa frase.

Allora cercate di ricordarvi questa frase: Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti, nella verità.

Amen

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3 Pensieri su &Idquo;Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

  1. Mi permetto aggiungere un pensiero che nell’ascolto del Vangelo di Domenica scorsa mi ha colpito come una vera novità (e si che lo ben ascoltata centinaia di altre volte)…

    “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia…”

    Cioè qui Cristo non parla di tralci che si staccano per loro volotà o che sono “di altra vigna”… parla di tralci che sono già innestati in Lui, che sono già parte della vite della vigna del Padre…
    Cioè fuor di metafora mi dice: Occhio che tu sei si tralcio innestato in me, sei nella Chiesa, partecipi alla vita sociale e spirituale della Chiesa, sei un Battezzato e ti accosti ai Sacramenti, ma… se non dai frutto!, se sei sterile, fai un sacco di bel fogliame verde (che peraltro sottrae energie alla pianta…), ma non produci frutto alcuno e perciò sei destinato ad essere tagliato dalla pianta.

    Prospettiva non proprio allettante… e che può sembrare in contrasto con la visione di un Gesù tutto “latte e miele” a cui potrebbe andare bene tutto, basta che…
    Su alberi e frutti, vale la pena riandare anche all’episodio del fico che Cristo maledice (mica tanto “latte e miele”) e che subito si dissecca.

    Quali sono i frutti che Dio si aspetta da noi? Non mi lancerò in dissertazioni teologiche sulle quali poi certamente don Stefano può essere più illuminante, ma lascerei ad ognuno farsi la domanda e cercare le risposte. Certo si possono indicare in quelle “opere di Vita Eterna” che danno frutto per noi e soprattutto per gli altri e che, tornando alla metafora, non diano solo una pianta lussureggiante di una bellezza tutta esteriore, ma fondamentalmente sterile.

    Sulla potatura poi, come è stato giustamente detto da Don Stefano, questa serve a dare la giusta “conformazione” alla pianta, che non cresca in modo disordinato e “selvatico” e soprattutto perché possa dare “ancora più frutto”. Perché la linfa vitale non si disperda in rami e rametti togliendo forza a quei frutti che sono in gemma, in “gestazione”, pronti per il prossimo raccolto.
    Si potrebbe dire che viene tagliato il “superfluo”, ma sempre di un taglio si parla e se noi siamo tralci, anche quelli “buoni”, quelli “fruttiferi”, un taglio è sempre un taglio e a quello che Dio vede come un “superfluo”, che non ci aiuterà a crescere nella giusta direzione e carichi di frutti, noi spesso siamo tanto attaccati… e il taglio ci costa sofferenza.
    Ma non c’è altra strada per essere parte viva della vigna.

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    • Mi è sempre stata antipatica la visione di Gesù tutto “latte e miele” come dici tu… Vedo che non sono la sola!
      Grazie per le considerazioni, condivido in pieno, si vede che tra tralci potati ci si intende 😉
      Anna

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