Facciamo il “capoclasse”

di Stefano Bataloni

Avete presente quando a scuola la maestra usciva dalla classe e tutti, quasi tutti, cominciavamo a urlare, correre o saltare sui banchi? E vi ricordate poi che ogni volta la maestra dava l’incarico al capoclasse di scrive sulla lavagna i nomi dei buoni e quelli dei cattivi?

Una interruzione dell’ordinario scorrere del tempo, la rottura della quiete, almeno apparente, e il comportamento di ciascuno cambia improvvisamente, o quanto meno ne esce un tantino modificato. Catapultati fuori dalla tranquilla routine, nella quale si ha almeno qualche punto di riferimento e ad esso ci si aggrappa, escono fuori i sentimenti più nascosti, i risentimenti, le paure, l’aggressività. Qualcuno continua a comportarsi bene, talvolta anche meglio di prima, in maniera responsabile e generosa; qualcun’altro, invece perde la bussola, alcuni arrivano a dare il peggio di sé.

Se una cosa del genere capitava sempre per una banale uscita dalla classe della maestra, immaginate cosa succede quando in una famiglia e nella comunità di persone che le sono intorno si scopre che un bambino è colpito da un male molto brutto, un male che può condurlo alla morte: le reazioni di quelle persone sono di ogni tipo. Senza più freni, senza più regole, dopo il fulmine a ciel sereno, senza più riferimenti, escono fuori i “buoni” e i “cattivi”.

La tentazione di fare un po’ il capoclasse, allora, è molto forte. Siccome quel bambino malato è tuo figlio, il fulmine a ciel sereno ha colpito proprio lui, la maestra è fuori e tu ti ritrovi a guardare i tuoi compagni da una prospettiva completamente diversa rispetto a prima, ti senti come se fossi stato davvero eletto capoclasse.

Tra i buoni, allora, cominci a mettere i medici che si sforzano in ogni modo di darti risposte, che perdono tempo appresso alle tue domande; i chirurghi che sapendo di affrontare un intervento per posizionare un catetere venoso centrale ad un bambino di 2 anni quasi in fin di vita, la cui mamma è ricoverata in ostetricia col rischio di perdere anche l’altro bambino, si lavano 3 volte prima di entrare in camera operatoria e fanno controllare 10 volte ogni strumento perché quel bimbo deve vivere, la sua vita non può correre neanche il minimo rischio di fermarsi per una banalità come quella. Oppure i medici che sfoderano una pazienza sovrumana nell’ascoltare le continue lagne e tutti i movimenti di tuo figlio che per 3 giorni di seguito, mattina e sera, per 30 minuti ogni volta deve restare fermo immobile, seduto dentro una scatola di plexiglass con il lato di un metro, da solo in uno stanzone gigantesco, mentre viene bombardato dalle radiazioni.

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E poi, come non mettere tra i buoni quell’ultimo radiologo, quello dell’ultima lastra al torace, quando ormai si sapeva che la fine di quel bimbo era dietro l’angolo, ma che per alleviare le sue sofferenze e tirarlo un po’ su di morale ha deciso di mettere sotto la macchina anche quel piccolo drago di plastica che aveva portato con sé (perché mai si sarebbe potuti andare a fare un esame del genere senza avere in mano un animale, un dinosauro o un drago di conforto) e mandarlo a casa con due lastre: quella dei suoi polmoni ormai inguaiati e quella del drago.

Tra i buoni, alla fine, devi mettere pure “lei”, la Dottoressa, il “generale” che guida le truppe in guerra, con coraggio ma senza freddezza, con determinazione, con ostinazione, con esperienza, con l’amore che non passa per le coccole ma usa il bastone, che serve ad insegnarti a non commettere errori molto gravi, ché la posta in gioco è troppo alta.

Tra i cattivi, invece, non ce la fai a non mettere quei medici che a mala pena ti degnano di uno sguardo, mentre tu sei lì a penare, quelli che fanno i pessimisti a prescindere e ti buttano giù (caso mai ce ne fosse bisogno) quasi solo a incrociare il loro sguardo, quelli che ti fanno sembrare di essere tu al loro servizio e non il contrario; ti viene da mettere tra i cattivi quelli che cercano di darsi il tono del “professore” e poi scopri che è la prima volta che affrontano certi casi; per non parlare di quelli che senza imbarazzo alcuno vengono da te a raccontare le disavventure dei loro figli, mentre il tuo sono settimane che è attaccato a una flebo. E poi ti tocca mettere tra i cattivi anche quella dottoressa che entra in casa tua per la prima e ultima volta e constatando il decesso di tuo figlio, piangendo, ti dice che “quei momenti” sono molto difficili pure per loro.

Tra i buoni devi mettere anche tante infermiere e infermieri, veri e propri angeli in carne e ossa, che sono sempre lì ad ascoltare le tue lamentele, che con competenza e professionalità fanno un prelievo o preparano un chemioterapico, tengono stretto tuo figlio mentre gli bucano la schiena senza anestesia e poi li vedi coi lacrimoni pure loro; quelle che con amore e delicatezza entrano nella stanza in cui dormi con tuo figlio, la notte, senza accendere la luce, per misurare la temperatura o cambiare la flebo; quelle che si fanno in quattro per disinfettare e spostare letti e comodini da una stanza all’altra del reparto per garantirti l’isolamento così da impedire che una banale infezione mandi all’aria mesi, anni di sacrifici. E poi sono così buone le infermiere che la mattina ti portano il caffè appena fatto, quelle che a Natale fanno l’albero e il presepe, quelle che si travestono da befane o che vengono da te anche solo per fare due chiacchiere…

Sempre tra i buoni metti di sicuro anche quei ragazzi che entrano nella tua stanza di ospedale truccati da clown e col camice da dottore; si fanno chiamare con nomi stranissimi ma hanno una delicatezza e una sensibilità straordinarie. Più di tutto però hanno forza e coraggio perché laddove regnano la tristezza e l’angoscia loro sanno tirar fuori il tuo sorriso e, cosa ancor più difficile e meravigliosa, illuminano e riempiono le giornate di quel tuo figlio malato.

Tra i cattivi, poi, ti senti di includere, purtroppo, anche qualche conoscente, perfino qualche “amico” o persone che a te sono davvero molto vicine. Qualcuno che “prima” sembrava condividere con te ogni cosa, col quale hai condiviso anni di gioie e dolori e “dopo”, letteralmente, scompare; qualcuno che dice di capire quello che stai vivendo e vuole far di tutto per esserti vicino e invece è lontano mille chilometri o qualcuno che è lontano mille chilometri e invece dovrebbe essere proprio accanto a te; qualcuno che siccome la guerra non si risolve in pochi mesi ma va avanti anni, alla fine non regge più, si stanca e quasi ti lascia da solo sul campo di battaglia; qualcuno che ha sempre la risposta pronta, qualcuno che conosce tutte le soluzioni, qualcuno che si lascia distrarre dai dettagli tecnici dei problemi sul tavolo e magari si dimentica di concentrarsi sulla profondità delle tue sofferenze.

Ma facendo il capoclasse, ti rendi anche conto che sulla lavagna devi riservare almeno un paio di spazi molto speciali: uno è lo spazio in cui metti le centinaia e centinaia di persone che, conoscendoti o meno di persona, pregano per te e per tuo figlio, chiedono il miracolo, smuovono i cieli. E accanto a loro metti quelle persone che, sfruttando un po’ la loro celebrità e la loro rete di conoscenze, hanno fatto sì che da un giorno all’altro a pregare fossero persone sparse in tutto il mondo. Sempre in quello spazio speciale metti senza dubbio anche qualche sacerdote, che con pazienza e fiducia ti aiuta a capire che tutta quella sofferenza che attraversa la tua vita può avere un senso.

L’altro spazio speciale è uno spazio piccolo, con pochi nomi ma di quelli che contano sul serio: sono i nomi di quelle due o tre persone che dall’inizio alla fine si sono sporcate le mani insieme a te per cercare di mandare avanti la baracca, che erano in battaglia al fronte proprio accanto a te: loro si sono messe in macchina decine e decine di volte e hanno fatto chilometri e chilometri, come te, per essere accanto a quel bimbo malato, loro hanno fatto da mamma o da papà ai figli che restavano a casa, loro hanno portato ogni giorno cose buone da mangiare, al posto dei pasti insipidi e sfatti dell’ospedale, cercando di soddisfare ogni richiesta di quel tuo figlio sofferente; loro che sono entrati al posto di tua moglie incinta in una stanza per la TAC, beccandosi un po’ di radiazioni, per non lasciar solo quel tuo figlio; loro che non si sono stancate mai anche se la guerra andava avanti anno dopo anno, loro che hanno pulito sangue e vomito da pantaloni e magliette, loro che hanno saputo starti accanto e quando serviva ti hanno dato una spalla su cui piangere.

La maestra, alla fine è rientrata, la scuola è finita, si torna all’ordinario scorrere del tempo. Guardi la lavagna con tutti quei nomi e ti rendi conto che aver fatto il capoclasse non è servito a niente e, senza dubbio, in tanti casi non sei stato nemmeno giusto: i “cattivi” forse non erano veri cattivi, i “buoni” non sempre sono stati buoni.

Io stesso, tante volte, sono stato cattivo nello stesso identico modo in cui lo sono stati quelli che sono su quella lavagna; talvolta, spero, sono stato buono come loro lo sono stati con me. La lavagna con quei nomi mi ricorda che tutti vengono al mondo deboli e indifesi, io per primo, ma è solo grazie ad ognuno di loro, nessuno escluso, che riuscirò a trovare la strada per la salvezza.

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3 Pensieri su &Idquo;Facciamo il “capoclasse”

  1. Le vostre considerazioni arrivano sempre quando la mattina presto quando mi alzano e sono una colazione dello spirito per affrontare la vita .
    Ieri parlando con mia moglie mi diceva che tanta gente anche in posti diversi e assurdi conosceva la storia di Filippo .Gli ho risposto che dovevano conoscere chi era veramente Filippo è cosa ha lasciato .Forse li ho messi nei cattivi e ho sbagliato io o forse solamente spero che le persone capiscano la propria vita senza che un dolore la cambi .
    Un abbraccio Marco

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  2. E’ facile fare il capoclasse…per me spesso una tentazione molto forte, alla quale cedo purtroppo facilmente.
    Sicuramente è più difficile avere l’umiltà di riconoscere che non è il nostro ruolo, e anche domandarsi da che parte stiamo quando è qualcun’altro a scrivere i nomi sulla lavagna…
    Grazie.

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