Com’era Filippo? (seconda parte)

di Anna Mazzitelli

… continua dalla Prima parte

Filippo non era quel che si definisce un bambino socievole, al contrario, era piuttosto diffidente.

arrabbiatoNon salutava, non sorrideva alle persone, tanto da apparire addirittura scorbutico e antipatico. Non dava baci a nessuno, e se qualcuno insisteva con lui per farsene dare, c’era il rischio che strillasse e facesse una scenata. Era difficile entrare in sintonia con lui, bisognava toccare le corde giuste, e molte persone che pur lo frequentavano da tanto tempo non ci sono mai riuscite. Ma chi era capace di aprirsi un varco in questa barriera di riservatezza e autoprotezione scopriva un mondo di affetto fatto di gesti inusuali, una dedizione al sapere, al comprendere, una bontà e una profondità che non si può immaginare.

Una caratteristica di Filippo era la sua dedizione al disegno. Un po’ per passione personale, un po’ perché, spesso costretto in un letto di ospedale non poteva fare altro, era diventato bravissimo e faceva disegni su qualsiasi cosa lo interessasse. Gli animali, in primo luogo, e poi i personaggi dei cartoni animati e dei libri che leggeva, situazioni di vita, supereroi, giochi, scene familiari.

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Un dettaglio era ricorrente nei suoi disegni: i personaggi, umani o animali che fossero, dovevano avere il collo lungo.

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Filippo trovava che avere il collo lungo fosse una caratteristica distintiva di bellezza, e riusciva  a fare dei disegni in cui il collo dei personaggi era talmente lungo da sembrare un errore, era fuori da qualsiasi proporzione e ragionevolezza. Inoltre riusciva a disegnare un collo più o meno lungo anche ad animali che il collo non ce l’hanno proprio, come delfini e balene, e rimirando i suoi lavori tutto soddisfatto lo indicava come la parte più importante delle sue creazioni.

collolungoSe voleva farti un complimento davvero sentito, ti diceva: “Sai che hai un collo davvero lungo?” e chiedeva sempre conferme anche sul suo, stiracchiandolo il più possibile per farlo ammirare in tutta la sua lunghezza.

Sapeva che la sua era una strana fissazione, e sapeva anche riderci su, salvo poi imbarazzarsi e fare una voce piccola piccola mentre diceva vergognandosi un po’: “E mamma, che ci posso fare, mi piace il collo lungo!”

I lunghi periodi passati dentro l’ospedale e i periodi a casa in cui era bene non uscire e non frequentare nessuno, per evitare il rischio di contagiarsi con banali malattie da raffreddamento che nel caso di Filippo potevano avere conseguenze più importanti, lo avevano trasformato in un bambino molto casalingo. Amava starsene a casa, giocare con i LEGO, disegnare, farsi leggere un libro, sfogliare atlanti di animali.

Quando era necessario uscire, spesso si ribellava, e faceva delle scene anche lunghe, cercando in tutti i modi di evitare attività fuori di casa.

Spesso dovevamo costringerlo a uscire, e puntualmente, nel realizzare quello che avevamo programmato (passeggiate per Roma, gite, giri al centro commerciale, visite a parenti o amici) Filippo si entusiasmava moltissimo e si gustava le esperienze nel suo modo tipico, cioè con tutto se stesso.

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Al ritorno spesso lo provocavo, chiedendogli se la volta successiva avrebbe fatto tutte quelle storie, visto che poi, alla fine, si era divertito.

E lui, molto seriamente, mi rispondeva “Mamma, certo che farò la scena, lo sai, sono fatto così, devi costringermi tutte le volte!”, rivelando una riflessione e una comprensione di se stesso non indifferente.

Oltre alla cultura sugli animali, io e Stefano abbiamo trasmesso a Filippo, meglio che abbiamo potuto, la nostra fede.

Fin da piccolo abbiamo pregato con lui per insegnargli le preghiere, abbiamo ringraziato prima dei pasti, l’abbiamo portato a Messa e gli abbiamo letto e raccontato le storie della Bibbia e della vita di Gesù.

Come per qualsiasi altro argomento, lui era interessato e faceva domande su tutto. Ascoltava, meditava, approfondiva, si dava delle spiegazioni.

Nel periodo in cui alla TV guardava gli episodi di “Dora l’Esploratrice”, successe una cosa molto buffa. La protagonista del cartone e tutti gli altri personaggi erano soliti dire frasi tipo: “Adoro i miei stivali”, “adoro questo dolce”, “adoro il colore rosso” e così via.

E’ successo che anche Filippo abbia usato questa espressione in riferimento a qualcosa di suo gradimento. Io e Stefano l’abbiamo subito ripreso, perché non ci piace questo modo di dire, cercando di fargli capire che alle parole bisogna dare il giusto significato, le parole sono importanti, il verbo adorare ha un significato profondo e importante, e si rivolge solo a Dio.

Filippo ci ascoltava, e non si ribellava, il suo carattere docile e fiducioso lo portava ad accogliere le nostre parole come suggerimenti per essere migliore, e non come divieti o impedimenti alla sua libertà.

Qualche volta, quindi, è capitato che qualche amichetto che usava le stesse espressioni di Dora l’Esploratrice “Adoro le lenticchie, adoro i mandarini, adoro questa maglietta…”, si sia sentito rispondere da Filippo: “Si adora solo Dio, puoi dire mi piace da matti, o vado pazzo per… ma non adoro, si adora solo Dio”.

20140901_202642Filippo aveva sempre caldo. D’inverno era un dramma fargli tenere una felpa, i calzini per lui erano il massimo della tortura, e d’estate, quando faceva caldo davvero, spesso si bagnava i capelli o si metteva in testa bandane zuppe nel tentativo di rinfrescarsi.

La sua maggior aspirazione era poter indossare una “maglietta corta” cioè a mezze maniche, ne aveva decine, anche perché in ospedale faceva un gran caldo in tutti i periodi dell’anno, e indossava solo quelle.

Molte avevano delle stampe di animali fatte apposta per lui, aveva anche una maglietta con il mirmecobio. Ma tutte le sue magliette celavano il disegno all’interno, perché venivano indossate al contrario.

Gli dicevo sempre: “Cerca di comportarti bene, così andrai in Paradiso, dove fa fresco, all’inferno si muore di caldo, non ti conviene andarci, credi a me”. E lui ubbidiva.

Filippo ha camminato prestissimo, il giorno di San Giuseppe, aveva nove mesi e mezzo. Eravamo a casa del nonno per festeggiare il suo onomastico, e si è lasciato dal divano percorrendo pochi passi in equilibrio da solo.

23 marzo 2007Da allora, ha sempre camminato sulle punte dei piedi.

Poiché in casa camminava sempre scalzo, e i nostri pavimenti non sono mai proprio pulitissimi, la sera mi accorgevo che aveva i piedi neri, ma non tutta la pianta, solo la punta e le dita, il tallone era pulito, perché quasi non aveva sfiorato terra tutto il giorno.

Dopo l’ultimo trapianto i medici che lo seguivano ci hanno consigliato di farlo visitare, perché attribuivano questo modo di camminare a possibili esiti delle terapie fatte oppure ai lunghi periodi di degenza durante i quali camminava poco. L’abbiamo fatto visitare, consapevoli del fatto che da quando ha mosso i primi passi ha sempre camminato sulle punte dei piedi, come se su questa terra fosse solo di passaggio e non volesse disturbare; era un altro dei suoi marchi di fabbrica, come il collo lungo e le magliette al contrario.

…continua nella Terza parte

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6 Pensieri su &Idquo;Com’era Filippo? (seconda parte)

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