Un sistema di riferimento cartesiano

di Stefano Bataloni

“Il bene può nascere anche dalle cose più oscure”.
Mi è successo di ascoltare questa battuta alcuni giorni fa in un telefilm di quelli fantasiosi, catastrofici, al limite dell’impossibile che sono in voga in questi anni; quel genere di telefilm che si vedono la sera per svagarsi un po’, per distrarsi, magari per dimenticare le fatiche e i patimenti del giorno. Eppure, anche in contesti alquanto irrealistici come quello di alcuni telefilm, certe cose riemergono, quelle che non puoi nascondere in nessun modo, e proprio nel bel mezzo di una sbornia di immagini e suoni improbabili ecco che arriva una frase del genere che ti riporta con i piedi per terra.

Perché è vero, anche dai momenti più oscuri nella nostra vita può nascerne qualcosa di positivo; dalle prove che ci capita di affrontare può scaturire un bene. Succede, che so, con un banale raffreddore che ti costringe a letto ma ti consente di leggere finalmente quel libro che attendeva da tempo sul tuo comodino; succede con una ruota dell’auto forata che ti fa andare a piedi in ufficio e magari ti da l’occasione di incontrare qualcuno che non vedevi da anni; succede con un esame all’università andato male che ti costringe a studiare e a comprendere meglio una materia. E può succedere anche con “prove” più grandi, come un licenziamento che magari ti fa scoprire quanto tempo per la famiglia sacrificavi a causa del tuo lavoro, o come un incidente stradale che ti costringe a rivalutare il senso e l’importanza della tua vita.

Probabilmente c’è anche un rapporto di proporzionalità tra la profondità del momento oscuro o della prova che viviamo e la grandezza del bene che può nascere da essi: più grande la prova, più grande il bene che se ne può ricevere. Ovviamente non è sempre facile o immediato comprendere quale bene ci riservano quei momenti, ma è possibile certamente.

La sensazione che ho avuto io poco dopo che Filippo aveva intrapreso la sua lotta contro la leucemia è stata quella di aver acquisito un “sistema di riferimento”, un punto sul quale appendere le mie valutazioni e i miei giudizi su me stesso, sulla mia vita e sulle cose che mi accadevano intorno. Prima di allora, la mia mente e il mio cuore erano come un piano completamente libero, in cui si muovevano in maniera caotica “entità” come il lavoro, l’amore, il valore del tempo, il ruolo delle persone intorno a me.

La malattia di Filippo, per usare un linguaggio “matematico”, ha tracciato su quel piano due assi cartesiani, un’ascissa e un’ordinata, un asse X e un asse Y e mi ha dato, finalmente, un sistema di riferimento. Attraverso di esso ho compreso rapidamente che sì, il lavoro è importante ma le sue coordinate individuano su quel piano un punto ben lontano dall’area di quelle cose per le quali sarei disposto a dare la vita; ho compreso che l’amore per un figlio non è nel quadrante dove pensavo che stesse, quello delle cose facili e immediate: ho compreso che l’amore vero per un figlio è nel quadrante delle cose che richiedono il sacrificio di se stessi, che richiedono la rinuncia a parte dei propri spazi e delle proprie aspettative per donare a lui anche un solo momento di felicità.

Grazie a quel sistema di riferimento cartesiano che la malattia di Filippo mi ha donato ho imparato a misurare la lunghezza delle giornate in ospedale e la brevità di quelle che si trascorrono al di fuori di lì, ma soprattutto mi ha dato modo di comprendere che è inutile rimuginare troppo sul passato, su quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto o fantasticare continuamente sul futuro, facendo programmi e progetti che solo Dio sa se potranno mai realizzarsi.

Su quel sistema di riferimento cartesiano ho potuto collocare molte cose: grazie a esso ho compreso anche che per alcuni bambini la vita è più semplice, più serena, più lunga rispetto a quella che è stata riservata a mio figlio ma anche che ci sono tanti bambini, tante famiglie che hanno avuto vicende ben peggiori della nostra; li abbiamo conosciuti questi bambini, esistono davvero quelli che ce la fanno a superare una malattia tremenda o che non la sperimenteranno mai (grazie a Dio) ma esistono anche quelli che si fermano molto prima. Esistono storie in cui la malattia ti da tempo di abituarti all’idea che tutto potrebbe finire male e altre storie in cui la malattia o un incidente ti privano di quel tempo così prezioso. Esistono famiglie che lasciano tutto e vengono nel nostro paese, anche da molto lontano, senza conoscere niente e nessuno, in cerca di cure e sono tornati a casa con una bara. Esistono bambini, in tutto il mondo, che non hanno alcuna possibilità di accesso alle cure che sono state riservate a Filippo, e muoiono lontano da qui, nel silenzio più assoluto.

Senza quei due assi di riferimento forse non avrei mai potuto apprezzare quante persone ci sono al mondo pronte a rimboccarsi le maniche per te che sei in difficoltà; mai avrei potuto apprezzare quell’inestimabile tesoro di carità e misericordia che alberga nelle persone: medici, assistenti, e sopratutto infermieri, che non solo fanno il loro lavoro ma dedicano una parte del loro cuore ai loro pazienti, alla loro lotta. Mai avrei apprezzato cosa significhi affidare senza remore, con assoluta fiducia, quanto c’è di più caro nella vita, il proprio figlio, nelle mani di qualcun altro.

A questo punto però ci si potrebbe domandare: ma servono davvero i momenti oscuri e le prove della vita per conoscere il Bene? Bisogna per forza attraversare qualche difficoltà per capirci qualcosa di noi stessi e della nostra vita? Cosa devo dirvi: secondo me sì. Certo, da soli, con le nostre uniche forze può essere molto più difficile; l’aiuto degli amici, di parenti, di una moglie o di un marito sono molto importanti, ma serve anche qualcos’altro, e comunque è pur sempre una fatica.

Per poter scoprire un bene più grande di fronte a un momento oscuro serve un aiuto dall’Alto, serve che Qualcun Altro ci dia quelle forze che da soli non troviamo. Poi serve che quel sistema di riferimento cartesiano, che in quei momenti ci viene improvvisamente donato, venga “appeso” ad un paletto robusto e ben piantato, sennò tutto si rimescola, tutto si sposta e non si capisce più dove sta il bene o dove il male. E a questo proposito, non so voi, ma io di paletti robusti e ben piantati migliori di Gesù Cristo non ne ho trovati.

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7 Pensieri su &Idquo;Un sistema di riferimento cartesiano

  1. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    “Serve che quel sistema di riferimento cartesiano, che in quei momenti ci viene improvvisamente donato, venga “appeso” ad un paletto robusto e ben piantato, sennò tutto si rimescola, tutto si sposta e non si capisce più dove sta il bene o dove il male. E a questo proposito, non so voi, ma io di paletti robusti e ben piantati migliori di Gesù Cristo non ne ho trovati.” scrive Stefano. Nemmeno io, e condivido.

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  2. E’ sempre bello leggerti Stefano ( anche tua moglie altrimenti se la prende ) . LE riflessioni che fai sono le mie dopo aver scoperto 10 anni fa di avere un morbo raro( ed è un dolore molto piu’ dolce del tuo ) . Ho riscoperto le cose , Ho guardato con occhi diversi e a Pasqua ho fatto la tua stessa considerazione ( non so se esistono le coincidenze ) : che se non avessi Dio chi potrebbe sostituirlo senza che il vento lo porti via .
    Grazie amico mio

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  3. L’ha ribloggato su paolabellettie ha commentato:
    Anche noi capiamo cose che prima erano del tutto non visibili. O noi ciechi. Aggiungerei solo una cosa : nella prova , in questi dolori si può restare fermi. Non farsene cavare niente di buono. Restare dei piccoli piccoli uomini . La libertà umana davvero è mistero a volte di ostinazione e resistenza

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    • È verissimo Paola. Molte volte mi è capitato di osservare con profonda tristezza persone che, vivendo situazioni analoghe alle nostre, rimanevano immobili, o peggio si autodistruggevano. La Grazia è qualcosa che evidentemente dobbiamo ricevere.

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  4. Forse questi momenti possono servire per farci uscire dalla notte, dal buio, come Maria di Magdala… Per realizzare che non siamo soli, abbiamo un Padre che ci ama e ci sostiene ogni momento, l’unico sostegno robusto al quale aggrapparci per non essere travolti…. “Dolce è capire che non son più solo ma che son parte di una immensa vita…..”

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  5. Carissimo Stefano, hai ragione. E’ Cristo la marcia in più, quella che permette di vivere il dolore e la sofferenza in una maniera che non ci distrugge. D’altra parte “tutto concorre al bene… di coloro che amano Dio”.

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  6. Pingback: Stendi la tua mano, e mettila nel mio costato | Piovono miracoli

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