Una partita a carte

di Anna Mazzitelli

Da quando Filippo si è ammalato, nell’estate del 2008, io e Stefano abbiamo incontrato, fisicamente e virtualmente, un sacco di persone con le quali abbiamo parlato della nostra storia, di quello che ci stava succedendo.

Molte persone, soprattutto quelle più lontane dalla realtà che abbiamo vissuto, ci hanno, nel tempo, fatto i complimenti per come stavamo affrontando la cosa.

“Siete bravi, siete forti, siete coraggiosi…” ci dicevano.

E noi a cercare di spiegare che non eravamo niente di tutto questo, ma che, quando ti trovi in certe situazioni, la via è obbligata, non puoi più stare a piagnucolare, devi reagire e tirar fuori doti che non pensavi nemmeno di avere.

E poi spiegavamo che tutta la forza e il coraggio e la bravura che vedevano in noi era frutto di un Aiuto più grande, che veramente ci ha portato in braccio in questo cammino.

Altre persone, di contro, ci hanno detto frasi tipo: “Per fortuna che avete fede, la fede vi aiuta”.

Sì questo è vero, la fede aiuta.

Ma non è che chi ha fede non soffre, non si agita, non si preoccupa, non piange.

Don Carmine diceva che vivere è come entrare in una stanza piena di mobili, di cose sul pavimento, di ostacoli. Se la stanza è buia e tu cammini è inevitabile inciampare, scontrarsi con gli oggetti e farsi qualche livido. La vita illuminata dalla fede, diceva, è come la stessa stanza, ma con la luce accesa. Gli ostacoli ci sono sempre, ma potendoli vedere e comprendendoli ci si fa meno male.

Ora, una mia amica mi ha detto che la fede è un dono, non la si merita, si riceve, non si trova cercandola, e chi non ce l’ha può contare solo sulle proprie forze.

Non credo sia proprio così. O meglio, mi sento davvero fortunata, naturalmente, perché non ho mai sentito la necessità di andare alla ricerca di evidenze su cui basare la mia fede. Non ho mai avuto bisogno di prove dell’esistenza di Dio, mi è sempre bastato guardare un paesaggio di montagna, l’acqua che scorre in un ruscello, un bambino che si bagna le mani a una fontanella per riconoscere i segni di Dio.

Ma il Dio in cui credo non può essere tanto ingiusto dall’aver dato a me questa capacità di riconoscerlo e aver contemporaneamente negato ad altri la stessa possibilità.

Paragono sempre la vita a una partita a carte. Non ricordo da chi ho copiato questa immagine, ma da quando l’ho sentita mi è sempre piaciuto pensare a ciascuno di noi che nasce come un giocatore, al quale, all’inizio della partita, vengono distribuite a caso le carte da un mazzo ben mescolato. Si può avere fortuna, qualunque cosa si intenda per fortuna, e io sono certa di averne avuta tanta. Si può essere meno fortunati e ricevere una prima mano con carte un po’ così.

Tutto sta, però, nel come poi si gioca la partita. Si può sbagliare mossa e perdere anche avendo ricevuto all’inizio le carte migliori, oppure si può vincere facilmente. Si può fare un’ottima partita, divertirsi e mettere in difficoltà l’avversario pur avendo ricevuto brutte carte. Si può stare per l’intera partita a lamentarsi di non aver ricevuto una buona mano, o passare anni a dire cose tipo: “Ho il sette di bastoni ma avrei preferito avere quello di coppe” oppure “Ho delle ottime carte ma tutto quello che ho sempre desiderato è il cavallo di spade e proprio quello mi manca, quindi mi sa che non gioco nemmeno, passo”. Ci sono persone, credo che tutti noi a volte siamo un po’ così, che dispongono male le carte che hanno tra le mani e non si accorgono di avere quelle giuste per fare le mosse vincenti.

Ne sono certa sebbene io non sappia nemmeno giocare a tressette, e non sia assolutamente in grado di ricordare quante carte a denari sono già uscite in una semplice partita a scopa.

Quello che intendo è che, buono o cattivo, fortunato o meno, nessuno di noi nasce senza che le carte gli vengano distribuite. Delle carte vengono date a tutti.

A questo punto viene in mio aiuto l’omelia di Don Stefano di domenica scorsa (25 gennaio): il Vangelo ci dice “Convertitevi e credete”, “Convertitevi, cioè credete”.

E io interpreto: la fede è una scelta consapevole, è un atto volontario che Dio ci chiede in risposta al fatto che ci ha salvato, non un privilegio riservato a pochi, non una caratteristica dei santi tipo Padre Pio o Giovanni Paolo II.

Si crede perché si decide di farlo, non perché si è assistito all’apparizione, o perché in casa si ha una statua della Madonna che piange sangue, o perché si è visto succedere un miracolo.

Tutto questo aiuta, certo, ma prima bisogna decidere di intraprendere il cammino.

Si crede perché si decide di fidarsi di un falegname ebreo che ha detto, duemila anni fa, di essere il figlio di Dio, e, come i pescatori Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni, si decide di scendere dalla barca e di mettersi a seguirlo. Gli chiedono: “Rabbi, dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete” (Gv 1, 38-39).

Ma per vedere si deve andare dietro a lui. Siamo noi che dobbiamo muoverci.

Credete perché siete già salvi.

Fatelo, questo passo verso di me, che sono morto in croce per voi. Anche se non lo fate, io già sono morto per voi. Se lo fate (e lo dovete fare liberamente) riuscirete a giocare la miglior partita possibile con le carte che avete pescato a caso dal mazzo.

A caso, così come i fatti della vita, le gioie e i dolori, sono distribuiti molto democraticamente tra gli uomini. Piove sui giusti e sugli ingiusti, dice il Vangelo (Mt 5, 45), e trovo, come Linus, che sia un ottimo sistema. peanutsQuindi a chi dice “Per fortuna che avete fede, la fede vi aiuta”, rispondo: non per fortuna, ma per scelta.

Nel mazzo di carte che ho ricevuto io, per inciso, il settebello non c’è, c’è un bellissimo fante di cuori con la barba brizzolata (lo so che nelle piacentine i cuori non ci sono, ma nel mio mazzo, giuro, c’è) e, mio malgrado, ho ricevuto pure l’asso di spade. E me lo tengo stretto.

PS: Angela XL ha ricevuto i soldi per la terza iniezione, dice che il mio angioletto ha colpito ancora!

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3 Pensieri su &Idquo;Una partita a carte

  1. Credo che la fede sia un dono non scontato ma neanche preconfezionato per qualcuno, va sicuramente coltivato. Inaffiato dall ‘ inquietudine che non ti fa adagiare, amato con la perseveranza che ti ancora e ti fa convivere con la quotidianità, vegliato con la paura di perderlo per non perdersi, rinnovato con la gratitudine di chi sa (una volta ottenuto) di aver ricevuto una “marcia in più”. Marcia in più…forse è una carta buona. O forse mi pare di capire che la fede è una carta che, se giocata bene, ti dà la svolta decisiva. Credo comunque che, una volta individuata, vada sempre guardata con la meraviglia che ti consente di non confonderla più con le altre carte del mazzo.

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  2. Leggere questo post, anche se di corsa, fa bene al cuore e al cammino spirituale. Grazie e smack! 😀
    Il “nostro” angioletto ha colpito ancora e stavolta doppio, perché ha allungato il tempo tra la seconda e la terza puntura: non l’ho dovuta più fare qualche giorno fa… la farò addirittura tra tre mesi… Le mie ginocchia stanno messe male e fanno male ma la cura e la dieta, e principalmente la preghiera di carissimi “amici” qui e in Cielo… hanno portato frutto positivi. Prima o poi lo spiattellerò anche all’ortopedico che non è solo lui che mi sta curando… Ahahahah!
    Filippo!!! Supersmackmegagigante! 😀

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