Paradiso terrestre

Il brano che segue è di nonno Italo. E’ parte di un libretto che ha scritto qualche anno fa, dietro “sollecitazioni” da parte di sua moglie (nonna Franca) e mie, e che ha come oggetto la possibilità che Fede e Scienza si incontrino senza essere in contrapposizione sull’argomento dell’evoluzione e soprattutto dell’evoluzione dell’uomo.

Dopo una prima parte che affronta il tema della nascita della vita sulla terra, il libro parla delle scimmie, degli ominidi e poi dell’Uomo, quello con la U maiuscola, quello dotato di anima immortale, quello che Filippo definirebbe “fatto a immagine e somiglianza di Dio”.

A parte tutto questo, c’è una parte, in quel libro, che da quando ho letto mi ha tenuto compagnia, agendo come da lucina di cortesia, quelle che si mettono nei corridoi la notte, e che, quando ti alzi, rimbambito dal sonno per qualunque necessità, ti impediscono di andare a sbattere contro un muro, perché fanno quel poco di luce che non ti infastidisce, ma che all’occorrenza ti evita un livido o un bernoccolo.

Forse estrapolato dal contesto questo brano può essere poco comprensibile. Chiunque volesse saperne di più può leggerlo tutto a questo indirizzo (ma sono 85 pagine! Mio padre, come è noto a chi lo conosce, per spiegare una cosa parte sempre da Adamo ed Eva!).

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di Italo Mazzitelli

In ogni caso, come succede spesso, risolto un problema se ne presentano altri. Sul Monogenismo, abbiamo visto esiste un’ampia possibilità di convergenza tra fede e scienza, ma dov’era il Paradiso terrestre? Cosa vuol dire che l’uomo era immune dalla sofferenza e dalla morte? Se vogliamo ragionare su argomenti del genere, ho trovato conveniente lasciar andare per conto loro i milioni d’anni e venire a tempi più recenti: una ventina di secoli fa. Qui sto invadendo in modo più diretto il territorio della Teologia, e il mio potrebbe essere interpretato come un intervento a gamba tesa; faccio ammenda preventiva, disposto a ritrattare ancor prima che mi vengano comminati i sei tratti di corda regolamentari.

Secondo la Religione cattolica, noi conosciamo due esempi di persone nate senza Peccato originale e, di conseguenza, o almeno presumibilmente, immuni dalla sofferenza e dalla morte. Esempi storici, si badi bene, e perciò non da interpretare in senso figurato come – per esempio – le sei giornate della Creazione, ma così come sono raccontati, in base ai fatti nudi e crudi. È ovvio che mi riferisco a Maria, madre di Dio, e allo stesso Gesù, in quanto pienamente uomo oltre che pienamente Dio.

Ebbene: se mi limitassi alle apparenze, da osservatore esterno, direi che nessuno dei due è andato immune dalla sofferenza e dalla morte ma, prima di gridare all’eresia, aspettate ancora poche righe. Poi, se ancora lo riterrete opportuno, potrete portare il malloppo all’Inquisitore di guardia il quale mi obietterà che questi due esempi non sono applicabili, perché esenzione da dolore e immortalità fisica vanno riferiti solo ai progenitori ancora immuni dal Peccato originale, mentre Maria e Gesù vissero in un mondo già guastato dal Peccato medesimo. Può essere, ma fatemi sviluppare la mia linea di pensiero.

Domanda: la sofferenza, fisica o spirituale, di chi si trovi pienamente e consapevolmente inserito nel disegno divino, senza dubbi né tentennamenti, è davvero paragonabile a quella di chi, come tutti noi poveri mortali, dubita, si agita inutilmente, non sa che pesci prendere, prega per cinque minuti e poi si distrae, e non ho bisogno di andare avanti a specificare poiché ogni lettore ha, purtroppo, esperienza diretta di quanto sto descrivendo? Maria che vede il proprio figlio condotto a salire per la strada del Golgota sotto il peso della croce, frustato e martirizzato in ogni modo, non può certo gioire o, comunque, andare esente dal dolore nel senso che noi diamo al termine. Ma, per quanto possiamo permetterci di scrutare nella sua mente (poco), ella sa che tutto ciò è solo la premessa indispensabile per un bene infinitamente maggiore, per la redenzione di tutto il genere umano. Perciò offre a Dio la sua sofferenza, e Dio non lascia che la Vergine si affacci sul baratro della disperazione.

Credo che il cuore dell’argomentazione sia qui: immunità dalla sofferenza, dal mio punto di vista, non significa necessariamente immunità dal riflesso nervoso che giunge al cervello e suscita percezioni fisiologiche o psicologiche sgradite. Deve essere qualcosa di molto più elevato: non solo non disperare ma, al contrario, per Grazia divina, riuscire vivere anche la percezione sgradevole come un gradino che si sta salendo per giungere a una più completa unità con Dio e, allo stesso tempo, un contributo auto-evidente alla realizzazione del piano di Dio sull’uomo. Non so se ho reso il mio pensiero, e se sono stato in qualche modo convincente. Forse no, ma questo è il massimo che io riesca a concepire. E veniamo alla morte.

Il corpo fisico è marcescibile; la Creazione geme nelle doglie del parto, ma il parto avverrà quando Cristo tornerà sulle nubi per trasformare il mondo vecchio in un mondo nuovo. Anche la Madonna muore (il dogma dell’Assunzione non specifica se “muore” in senso stretto o no) – oltre allo stesso Cristo – ma si tratta di una transizione. Il “transito” della Vergine, secondo la dizione tradizionale nella Chiesa cattolica. Il corpo viene trasformato: non “ricreato” ma trasformato; proprio lo stesso corpo posseduto in vita, e condotto dove il mondo nuovo è già realtà. L’anima non dovrà attendere la fine dei tempi per ricongiungersi al corpo, come invece avviene a noi, che soffriamo del guasto del Peccato originale. E poi, se proprio vogliamo arzigogolare, Adamo ed Eva neanche fecero in tempo a sperimentare la morte fisica, se si ribellarono a Dio subito o quasi subito. Quest’ultimo, però, è solo un giochino di parole, e serve a spezzare la seriosità del discorso.

Oltre a questo non so andare davvero: vi ho raccontato il mio pensiero, e fatene quel che meglio vi aggrada; non ho pretese di diventare un Dottore della Chiesa. Già mi basterebbe non essere un eretico…

Traggo qualche conclusione razionale (ma quanto?) da ciò che ho affermato sopra. Dov’è il Paradiso terrestre? Dovunque, sulla terra, alberghi l’uomo che non ha commesso il Peccato originale. Il suo sistema nervoso gestisce input che possono causargli sensazioni anche sgradevoli, ma il suo spirito esulta perché ogni evento, piacevole o no, è un passo in più per il compimento del Disegno divino. Il corpo fisico cessa di esistere su questo mondo ancora imperfetto, ma si trasferisce immediatamente in quello definitivo, dove può toccare Dio. Lo stesso corpo fisico, ricordate: non un corpo etereo che viene creato ad hoc. In queste condizioni, non sembra anche a voi che i concetti di “sofferenza” e “morte” finiscano per essere privati del loro pungiglione (I Cor 15, 55), e perdano gran parte dei connotati sgradevoli che noi, portatori del retaggio di Adamo, associamo loro? Tutti i Salmi finiscono in Gloria, ma non è solo un proverbio: nel Salmi si trova ben espresso il concetto che sto cercando di sviluppare, come pure in Dan 3, 52 che vi esorto a leggere. E nel Cantico delle creature di San Francesco, ovviamente.

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