Piccolo Principe

di Anna Mazzitelli

Quando Filippo aveva meno di due anni, prima di Francesco, prima della malattia, prima che fosse costretto a crescere per forza e velocemente, già gli piaceva ascoltarmi leggere. Gli leggevo tante cose, e lui era capace di starsene accoccolato accanto a me ad ascoltarmi anche molto a lungo.

Uno dei primi libri che gli ho letto è stata la storia di Nemo, regalataci da Francesca. Appena capito che era un ottimo modo per intrattenerlo, la nostra casa si è riempita di libri di ogni genere.

Il racconto che ha più amato è sicuramente “Il piccolo principe” di Antoine De Saint-Exupéry. Letto decine di volte, discusso, ascoltato come audiolibro in ogni spostamento in macchina, fino a conoscerlo a memoria.

Wikipedia sostiene che sia il terzo libro più venduto di tutti i tempi (ma non inserisce nell’elenco la Bibbia e il Corano, quindi magari è “solo” in quinta posizione), e uno di quelli tradotti nel maggior numero di lingue.

Se la maggior parte delle volte viene ricordato per l’episodio della volpe, per la frase “l’essenziale è invisibile agli occhi”, per la lezione sull’addomesticare “Vuol dire creare dei legami.” “E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante” e sui riti, negli ultimi tempi ho come scoperto un altro passo del libro, una parte che non mi aveva mai colpito prima, ma che ora considero per me stessa il cuore della storia: il peregrinare del piccolo principe e dell’aviatore in mezzo al deserto, alla ricerca del pozzo.

Agli occhi dei più,

è assurdo cercare un pozzo, a caso, nell’immensità del deserto.

È un controsenso cercare la strada più difficile, (la via stretta, direbbe Qualcuno), salire la montagna quando si può usare la funivia, impegnarsi quando si può voltare la testa dall’altra parte. Il consiglio del mondo è “fai il minimo sforzo”.

Tuttavia ci mettemmo in cammino.
Dopo aver camminato per ore in silenzio, venne la notte, e le stelle cominciarono ad accendersi. Le vedevo come in un sogno, attraverso alla febbre che mi era venuta per la sete.
Le parole del piccolo principe danzavano nella mia memoria.
“Hai sete anche tu?” gli domandai.
Ma non rispose alla mia domanda.
Mi disse semplicemente: “Un po’ d’acqua può far bene anche al cuore…”

Quando cerchiamo qualcosa dentro a quello che sembra che stiamo cercando, la nostra innata sete di felicità, il desiderio di un “di più”, di trascendente, di eterno, di vero, quello che la maggior parte delle volte non riconosciamo ma che continuiamo a cercare, quello la cui mancanza ci lascia sempre costantemente insoddisfatti… Tutto questo non si può trovare percorrendo la strada larga, prendendo la funivia, facendo il minimo sforzo.

“Ho sete di questa acqua”, disse il piccolo principe, “dammi da bere…”
E capii quello che aveva cercato!
Sollevai il secchio fino alle sue labbra. Bevette con gli occhi chiusi. Era dolce come una festa.
Quest’acqua era ben altra cosa che un alimento. Era nata dalla marcia sotto le stelle, dal canto della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia.
Faceva bene al cuore, come un dono.

Ho spesso paragonato la nostra vicenda personale con il viaggio attraverso il deserto del piccolo principe, lui alla ricerca dell’acqua, noi della guarigione. E sebbene la guarigione non l’abbiamo trovata, ci siamo pur dissetati tante volte a quel pozzo, bevendo quell’acqua che era ben più di un alimento, e che ci ha fatto bene al cuore. È quello che mi ha rivelato il piccolo principe dopo anni in cui mi concentravo sulla volpe, quando ho ascoltato con cuore aperto anche la fine del racconto:

“Quello che e’ importante, non lo si vede…”
“Certo…”
“E’ come per il fiore. Se tu vuoi bene a un fiore che sta in una stella, è dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite”.
“Certo…”
“E’ come per l’acqua. Quella che tu mi hai dato da bere era come una musica, c’era la carrucola e c’era la corda… ti ricordi… era buona”.

Alla fine, dopo tutta la fatica di questi anni, le speranze, le disillusioni, le battaglie, i momenti belli e quelli brutti, quello che ci resta è la fatica fatta, che ha reso la malattia un dono, è sapere che su una stella abbiamo un fiore, scontroso e impegnativo, ma che è nostro, perché ci ha addomesticato e noi abbiamo addomesticato lui. E anche lui ci ha fatto lo stesso regalo:

“Guarderai le stelle, la notte. E’ troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E’ meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle, ti piacerà guardarle… Tutte, saranno tue amiche.
E poi ti voglio fare un regalo…” Rise ancora.
“Ah! Ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!”
“E sarà proprio questo il mio regalo… sarà come per l’acqua…”
“Che cosa vuoi dire?”
“Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per altri non sono che delle piccole luci. Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha…”
“Che cosa vuoi dire?”
“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!”

E, soprattutto,

“Fa bene l’aver avuto un amico, anche se poi si muore.”

Perché si è responsabili per sempre di ciò che si è addomesticato, e i legami che si creano attraversano il tempo e lo spazio e restano. Se li si guarda col cuore.

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Nota semiseria a margine: Filippo è stato certamente uno dei bambini più svegli che ho conosciuto. Capiva tutto al volo e la sua comprensione delle cose andava a fondo, si faceva spesso domande e cercava di indagare anche le virgole, non accontentandosi di una lettura superficiale.

C’è una cosa, però, che non ha mai capito, e che fino all’ultima volta che gli ho letto il piccolo principe ha continuato a chiedermi: gli sembrava strano, e non riusciva a comprenderlo, che l’autore del libro parlasse in prima persona, fosse quindi l’aviatore, ma non coincidesse con Leone Werth, la persona a cui il libro viene dedicato.

Mi diceva ogni volta: “Mamma scusa se te lo chiedo di nuovo, ma io non ho capito, quello che scrive, allora, non è Leone Werth? E allora perché lì c’è scritto A Leone Werth? Chi è Leone Werth?”

Hai voglia di spiegare che l’autore di un libro può decidere di dedicarlo a chi vuole, questa cosa è sempre rimasta per lui un mistero, soprattutto in relazione all’audiolibro, non sono riuscita a fargliela capire.

Ora ben saprà a chi chiedere, avrà pur incontrato Antoine De Saint-Exupéry. Spero che lo tormenti con questa domanda piuttosto che rimproverarlo per aver disegnato la volpe con il muso troppo appuntito.

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3 Pensieri su &Idquo;Piccolo Principe

  1. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Agli occhi dei più,è assurdo cercare un pozzo, a caso, nell’immensità del deserto. È un controsenso cercare la strada più difficile, (la via stretta, direbbe Qualcuno), salire la montagna quando si può usare la funivia, impegnarsi quando si può voltare la testa dall’altra parte. Il consiglio del mondo è “fai il minimo sforzo”.

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  2. Ho sempre amato molto “Il piccolo principe”, e particolarmente l’ultima parte, che è la più triste, ma anche la più piena di speranza. Ieri mi sono imbattuta per caso nel vostro blog e lo sto trovando straordinariamente bello. Grazie per Filippo, ma soprattutto grazie per aver voluto condividere con noi la sua e la vostra vita. Chiara

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    • Grazie a te Chiara.
      Anche a noi è capitato di rileggere “in maniera diversa” l’ultima parte del libro alla luce di quanto abbiamo vissuto con Filippo; e la cosa ci ha fatto apprezzare ancora di più il Piccolo Principe.
      Anche per questo, sulla lapide di Filippo, abbiamo fatto incidere una frase tratta da lì.

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