Benedetto

Di Elisa

Ho saputo della vostra storia dal blog di Costanza Miriano. Mi ha colpito molto il racconto che hai fatto del funerale di Filippo e dei giorni appena successivi alla sua salita al cielo, perché mi ha ricordato ciò che abbiamo vissuto io e la mia famiglia in Aprile.

Io, Elisa, e Giovanni, mio marito da 10 anni, abbiamo tre bimbi qui con noi, Agnese, Pietro e Tommaso e uno, Benedetto Luigi Maria, nato per il Paradiso il 5 aprile di quest’anno e vissuto 30 ore.

Un bimbo bellissimo, uguale ai suoi fratelli maschi, affetto da trisomia 18, un’alterazione cromosomica che nella maggior parte dei casi è incompatibile con la vita extrauterina. Io e mio marito abbiamo desiderato tanto questa quarta gravidanza, ma fin dalle prime settimane il mio cuore era inquieto, non riuscivo ad essere serena perché avevo paura che qualcosa andasse storto o che mio figlio avesse dei problemi.

Il nostro matrimonio in quel periodo attraversava un momento un po’ difficile e mi ero messa in testa che un altro figlio avrebbe risolto tutto… ma doveva essere tutto perfetto, tutto come io avevo pianificato.

E invece si è rivelata da subito una gravidanza difficile e il 23 dicembre, quando, durante l’ecografia morfologica, la ginecologa mi chiede se avessi fatto indagini prenatali, io e mio marito abbiamo capito che qualcosa non andava.

Da quell’istante, che ho scolpito nella mente come fosse ieri, la dottoressa ha iniziato a fare un lunghissimo elenco di malformazioni, man mano che si spostava con l’ecografo dalla testa, al cuore, alle manine, ai piedini. Subito ci ha proposto di fare l’amniocentesi per avere conferma del sospetto di una trisomia e poter “intervenire”, visto che ero ancora alla ventesima settimana.

Noi, seppur sconvolti, le abbiamo detto che non avevamo alcuna fretta di sapere, perché tanto nostro figlio sarebbe vissuto quanto e come avrebbe potuto.

Da quel momento tutto è cambiato, tra me e mio marito, con i nostri bimbi, con gli amici più cari che ci hanno sostenuto nei momenti più difficili, con quelli nuovi che proprio grazie a Benedetto abbiamo incontrato, perché avevano vissuto esperienze simili alla nostra.

Un vero miracolo.

Nulla più era scontato, ogni secondo, ogni istante, ogni movimento, ogni calcetto era preziosissimo; tutto era dato, nulla più ci apparteneva.

Soprattutto nell’ultimo periodo della gravidanza ho sperimentato la grazia di un totale abbandono nelle braccia di Cristo: più le circostanze diventavano stringenti più mi sentivo certa del cammino che stavamo facendo. Non avevo paura e, se me ne veniva, chiedevo al Signore di continuare a mandarmi i segni della Sua presenza.

Benedetto poi era davvero forte: ci avevano detto che la gravidanza non sarebbe proseguita, poi che non sarebbe sopravvissuto al travaglio, poi che sarebbe spirato subito dopo la nascita. E invece è stato un vero combattente, ha resistito fino a 34 settimane, ha pianto appena nato, ha ricevuto il Santo Battesimo, ha potuto conoscere e sentire le voci festanti dei suoi fratellini che gironzolavano per la sala parto e stare in braccio a mamma e papà per ogni secondo, ogni istante delle sue 30 ore di vita. Insomma è stata una festa, con tutti i nostri amici e i loro figli a invadere l’ospedale per due giorni.

Proprio come scrivevi tu, io e mio marito eravamo incredibilmente lieti, consapevoli di aver fatto tutto ciò che umanamente era possibile per far nascere Benedetto, ma soprattutto di avergli dato ciò di cui lui, come tutti noi, abbiamo solo bisogno: tanto amore.

La letizia non cancella il dolore, ma ti aiuta a viverlo, ad affrontarlo senza cadere nella disperazione e nello sconforto.

Tanto che ci trovavamo a dover consolare noi le persone che incontravamo e a giustificarci con gli altri se dicevamo che eravamo tranquilli.

Certo ci son stati tantissimi momenti difficili: per una madre vedere i propri figli di 8, 6 e 3 anni, piangere per la prima volta di dolore e non per un capriccio o perché si sono fatti male, ma per una ferita del cuore, è veramente pesante, così come cercare le risposte alle loro domande, ai loro perché.

Ma anche loro, pur sentendosi in un certo senso vittime di una ingiustizia (nel frattempo erano appena nati o stavano nascendo altri fratellini di amichetti), hanno fatto un’esperienza di amore grandissima, ne sono certa: lo si capisce da come hanno raccontato a scuola la storia del loro fratellino e di come ne parlano ora.

E poi sanno di avere un Santo in famiglia, che non è proprio una cosa di tutti.

Ci sono molte altre cose che potrei raccontare, perché veramente di miracoli Benedetto ne ha lasciati moltissimi sulla sua strada in terra, e ancora continua a compierne.

Il più grande miracolo per me è stato poter sperimentare davvero che “quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente, è felice di ogni cosa, vuole amare solamente”, come canta Chieffo nella canzone che ha accompagnato Benedetto durante le sue ore di vita e che mio marito continuava a canticchiargli.

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3 Pensieri su &Idquo;Benedetto

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